C’è un momento particolare del cinema di Ridley Scott che ci ricorda perché amiamo così tanto l’epica: una mano di un uomo sconosciuto si muove lentamente, accarezzando il grano in un campo, mentre il vento continua a soffiare. Nessuno nel 2000 si sarebbe mai immaginato di provare i brividi per una sequenza così semplice o di entrare in empatia con un misterioso Russell Crowe fin dal primo minuto. Eppure è esattamente quello che è successo.
Il Gladiatore è un’opera che continua a vivere e a ricordarci a ogni visione la grandezza del cinema del XXI secolo. E si, è anche un film che continua a influenzare, scolpito nelle menti di tutti nonostante la sua durata di quasi tre ore. Nel giorno del compleanno del mitico Russell Crowe, tornare a questo film significa riscoprire le ragioni di un grande successo che non si è mai esaurito.
Qui non è tanto una questione di nostalgia per i vecchi tempi, bensì di equilibrio tra immagini potenti e una storia semplicissima ma, al tempo stesso, di forte impatto. Ci sono tanti motivi del perché Il Gladiatore sia così potente ancora oggi, ma ce ne sono tre principali del perché l’opera in questione rimane ancora oggi uno dei più grandi capolavori del cinema post-moderno.
Uno spettacolo visivo

Ridley Scott lo conoscono in tanti perché riesce in qualcosa di raro: unire la spettacolarità del cinema a una chiara visione autoriale. Questa è una caratteristica che risale fin dal suo esordio con I duellanti e che, dai suoi primi lavori a Il Gladiatore, arriva a raggiungere una vera identità ineguagliabile. Nel film sulla Roma degli Antonini le sequenze di combattimento diventano iconiche fin dal primo istante. E questo perché esse fungono da veri e propri strumenti narrativi.
La fotografia calda e desaturata riesce a far sentire il respiro dei protagonisti che attendono di ottenere la gloria fin dalla prima scena in cui le legioni di Marco Aurelio si scontrano nelle foreste germaniche con i Quadi e i Marcomanni. Inoltre, l’uso della camera a mano e del montaggio immersivo arrivano a creare un linguaggio visivo che ha profondamente influenzato il cinema degli anni successivi.
Perfino Micheal Bay nel suo Transformers: L’ultimo cavaliere ci ripropone una sequenza simile allo scontro dei personaggi di Scott nelle foreste germaniche, perché effettivamente era molto difficile ricollegare i robot ai cavalieri di Re Artù senza ricordare che diversi secoli prima un’altra leggenda aveva segnato la storia combattendo in mezzo ai boschi.
Le note della leggenda

Ci sono dei maestri che hanno segnato la storia del cinema con le loro mitiche colonne sonore. Anche in Italia è così, perché Nino Rota e Nicola Piovani non hanno fatto altro che farci sognare pur appartenendo a universi controversi come quelli di Fellini e Benigni. Ma, tra quelli più noti dei compositori del nuovo secolo c’è un grande uomo di origine tedesca, che diversi anni dopo il 2000 andrà ad accompagnare lo spettatore nei mondi complessi di Christopher Nolan e Denis Villeneuve: Hans Zimmer.
La colonna sonora de Il Gladiatore si inserisce tra le più potenti della storia del cinema, merito soprattutto della collaborazione del compositore con Lisa Gerrard. I temi del film non si limitano ad accompagnare le immagini, ma arrivano ad ampliare il senso dell’impresa del protagonista, rendendo ogni momento sempre più intenso e memorabile. Insieme alla costruzione narrativa, che alterna epica e introspezione, le potenti note del compositore premio Oscar contribuiscono a creare un impatto emotivo duraturo nel tempo.
Un eroe da manuale

E veniamo ora al nostro amatissimo generale, interpretato da un Russell Crowe ai massimi livelli e che ottenne il suo primo Oscar come miglior attore protagonista nel 2001. Poniamoci questa domanda: perché il personaggio di Massimo Decimo Meridio funziona così bene? La risposta è semplice: Ridley Scott richiama l’eroe della tradizione epica, da Achille figlio di Peleo all’Amleto di William Shakespeare, e umanizza il protagonista in modo contemporaneo in modo da renderlo comprensibile per il pubblico di oggi.
E poi, Russell ce la mette tutta: costruisce un protagonista guidato da valori come onore, devozione alla patria e vendetta. E ci riesce senza mai cadere nel propagandismo dei governi dell’epoca che puntavano molto sull’esaltazione della propria nazione. Grazie a questi elementi, il pubblico vede in Crowe non solo un generale romano o un gladiatore, ma un uomo qualunque in cerca di giustizia, che nella Roma del folle Joaquin Phoenix esisteva solo per l’erede di Augusto e mai per i suoi sudditi.
Inoltre, il personaggio di Massimo parla quando è il suo momento, ma al tempo stesso comunica moltissimo attraverso i gesti e gli sguardi; è una presenza solida e credibile, che arriva a ottenere rispetto senza la necessità di chiederlo a noi che lo seguiamo. A ormai 62 anni, Russell Crowe ci ha regalato diverse interpretazioni di tutto rispetto. Tuttavia, nessun altro suo ruolo è riuscito a entusiasmarci così tanto come quello del generale che sfidò l’Impero romano, perché ha consacrato una delle più grandi icone del cinema moderno e difficili da eguagliare.



