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Benvenuti in uno speciale episodio di Scusate se musical, in occasione degli Oscar 2026 che si sono da poco conclusi: perché ci sono film – e scene – che parlano più forte di qualsiasi premio. E uno di questi è Sinners, il film di Ryan Coogler che ha fatto la storia degli Academy Awards 2026 con 16 nomination totali, il record assoluto per un film nella storia degli Oscar, e ha portato a casa quattro statuette, tra cui quella per le Migliori Musiche.
Sinners è un horror soprannaturale radicato nella Mississippi del 1932, che intreccia blues, folklore, culture diverse, vampiri e comunità afroamericana in un racconto epico di colpa, eredità e sopravvivenza. E in un film che non è un musical, due sequenze musicali diventano il cuore emotivo della narrazione.

Parliamo di “I Lied to You” – candidata all’Oscar come Miglior Canzone Originale – e della sorprendente sequenza di “Rocky Road to Dublin”. Due momenti apparentemente diversi, ma entrambi fondamentali per capire come Sinners usa la musica non come effetto, ma come linguaggio narrativo.

La musica che attraversa la storia

In molti film, una canzone serve a dare ritmo, atmosfera, emozione. Entra, fa il suo lavoro, esce. È funzionale, ma resta in secondo piano rispetto a quello che succede sullo schermo.
In Sinners no. Qui la musica prende il controllo e ribalta il significato di quello che sta succedendo. Non è un commento, è parte della storia stessa.
E Coogler, che non sta facendo un musical, usa la musica esattamente come farebbero i grandi musical: nei momenti in cui i dialoghi non bastano più, quando i personaggi hanno bisogno di un altro modo per esprimersi. E lo fa in due scene chiave, costruite in modo completamente diverso.

I Lied to You – la sequenza che domina il film

Quando “I Lied to You” esplode, il film cambia completamente. Sammie, interpretato da Miles Caton, prende la scena in un juke joint anni ’30 e canta questo blues originale come se stesse consegnando la sua verità al mondo.
La canzone parte lenta, quasi intima, ma sotto la mano di Coogler tutto diventa più grande. È un piano-sequenza lungo, senza tagli, dove la macchina da presa si muove a tempo con la musica.
E poi succede qualcosa. Man mano che Sammie canta, il blues fa emergere figure dal passato e dal futuro, squarcia il velo tra i mondi. Appaiono percussionisti africani con tamburi tribali, simbolo di quelle radici portate dall’Africa prima ancora della schiavitù. Poi chitarristi rock degli anni ’70, DJ e breakdancer hip-hop, artisti gospel, persino performer da opera cinese che rappresentano la comunità asiatica del locale. È un viaggio attraverso secoli di musica nera, dalle origini ancestrali fino al futuro – rock ‘n’ roll, hip-hop, rap, funk – mostrando come tutto passi da lì, da quel blues del Mississippi del 1932.

Non è un caso che molti l’abbiano definita una delle scene più sorprendenti dell’anno. Perché Coogler non sta solo celebrando il blues, sta mostrando che tutta la musica nera contemporanea viene da lì, in quei juke joint, in quella cultura che nessuno è riuscito a spezzare, che è sopravvissuta nonostante tutto.

Rocky Road to Dublin – quando l’oppresso diventa oppressore

Poi c’è “Rocky Road to Dublin”, e qui il film cambia completamente registro. Quando il vampiro Remmick e la sua armata invadono il juke joint, non arrivano in silenzio: arrivano cantando e ballando un classico folk irlandese del XIX secolo, con la tradizionale danza step irlandese. La scena è surreale, quasi perturbante: vampiri coperti di sangue che danzano in cerchio mentre Remmick, al centro, esegue i passi con una precisione che viene da secoli di memoria. La canzone “Rocky Road to Dublin” racconta il viaggio di un irlandese di Galway che attraversa il paese fino in Inghilterra, dove viene discriminato per il suo accento e le sue origini. È una canzone di esilio e oppressione coloniale britannica. Sia la canzone che la danza furono bandite dalle leggi penali britanniche, e Remmick – un vampiro irlandese di 600 anni che ha vissuto il colonialismo sulla propria pelle – la usa per suggerire un parallelo con i protagonisti afroamericani, un’alleanza tra oppressi contro il Klan e la supremazia bianca.

Ma è falso. “I Lied to You” evocava antenati reali, creava connessione autentica attraverso generazioni. “Rocky Road to Dublin” è qualcosa di diverso: è replica vuota, imitazione senza sostanza. I vampiri copiano la forma ma non hanno anima. Remmick dice a Sammie “voglio le tue storie, e voglio le tue canzoni”, ovvero vuole impossessarsi della cultura afroamericana, possederne il talento, svuotarla per i suoi scopi. È quello che l’America ha sempre fatto, che anche Hollywood ha fatto per un secolo, e che Coogler mostra senza giri di parole.
Il vampirismo funziona come metafora dell’appropriazione culturale: chi prende senza appartenere, chi consuma senza capire. La differenza tra chi vive quella musica e chi la vuole solo possedere. E la colonna sonora di Ludwig Göransson, che mescola blues, folk e altri generi, non si limita ad accompagnare tutto questo: lo costruisce. Ed anche e soprattutto per questo ha meritato l’Oscar.

Scusate se è record

Con 16 nomination agli Academy Awards 2026 e quattro statuette vinte, Sinners è stato uno dei fenomeni dell’anno. Ha conquistato premi prestigiosi – miglior attore, migliore fotografia, migliori musiche e miglior sceneggiatura originale – e ha celebrato nuovi record. E che un film di genere, un horror con la musica al centro, arrivi a questo livello di riconoscimento dice qualcosa di preciso: il cinema, o quantomeno Hollywood, sta provando a cambiare. Sinners affronta storia, identità, appropriazione culturale, appartenenza. E non poteva raccontare tutto questo usando la musica come semplice sottofondo. Doveva metterla al centro, renderla parte del racconto. Non è una versione horror di La La Land. Non è un musical classico.

Ma in quelle due scene, la musica non si limita ad accompagnare. Trasforma quello che stiamo vedendo, gli dà un altro peso. Rende ancora più evidente il messaggio che c’è dietro, con buona pace di chi vede in Sinners solo un divertente film di genere. E quindi, quale migliore occasione per dirvi: scusate se musical.

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Nato a Napoli nel 1977, è Editore e co-fondatore di Digital Dreams Srl, il network di cui fa parte anche ScreenWorld.it. Negli ultimi 20 anni ha fondato e diretto successi editoriali legati alla settima arte quali CastleRock, CinemaZone e Movieplayer e nuovi progetti come CinemaSerieTV.it. Sempre su argomento film e serie TV ha scritto migliaia di articoli, pubblicato quattro libri, è stato ospite di eventi internazionali, programmi radiofonici e direttore di festival in streaming.