Avete presente quell’infarinatura base che potete avere da un’esperienza manageriale come Football Manager? Bene, prendetela, decostruitela per poi ricostruirla attorno stilemi e aria da anni ’80, ed ecco che avrete Nutmeg, un particolarissimo manageriale calcistico, esclusivo per le quattro leghe inglese, che si costruisce proprio in quegli anni lì.
Una formula più diluita e costruita attorno un altro tipo di esigenze e sì, con un televisore che vi servirà più a consultare il televideo che a vedere VHS per controllare futuri talenti. Come dice il titolo, un retro gestionale calcistico, avviluppato attorno meccaniche decisamente particolari, che strizzano l’occhio più ai giochi da tavolo che il genere dei manageriali stretti.
La resa finale è decisamente particolare, proprio per il suo obiettivo di arrivare a chiunque, asciugandolo di tante meccaniche che potrebbero risultare tediose, per chi non mastica manageriali, e farsi accogliere in un ventaglio maggiore di utenti. Stai a vedere che, nella semplicità, gli sviluppatori hanno trovato la loro carta vincente.
Nutmeg, calcio, telefoni, televideo, penne e fogli

Ora, per capire come funziona Nutmeg, bisogna spiegarlo in qualche riga, cercando di essere meno tedioso possibile.
Iniziando dal basso, prenderemo una squadra di quarta lega, con la missione di portarla alla promozione, fino alla Premier League. La gestione della squadra è la solita, con i consigli sul modulo e la formazione, l’assunzione dello staff necessario, un accenno di calciomercato fuori dalle solite finestre, un controllino sul televideo per vedere cosa ne pensano i critici di un certo Ghostbusters che è appena uscito al cinema o di un gioco che si chiama Final Fantasy.
Dal nostro computer gestiamo qualche opzione spicciola, tipo il costo del biglietto o il merchandising e quanto è difficile arrivare a fine mese e far quadrare tutti i conti tra stipendi, bonus, entrate ed uscite generali per gadget e il plus degli acquisti per il calciomercato.
Ma la magia di Nutmeg si sviluppa tutta sul tavolo, anzi, sulla lavagna dove sono segnate le cinque partite che la squadra dovrà affrontare per ogni mese. Cinque partite, di cui solo una ne potremo gestire idealmente le sorti, le altre si basano sul valore numerico della qualità del giocatore. Ora è il momento di preparare il mazzo e giocare le nostre carte.
Carte e segnalini per fare rete

Il più grande difetto del gioco è quello di non poter seguire personalmente tutte e cinque le partite del mese in corso. Come detto poco prima, delle cinque sfide, ne potremo seguire solo una, lasciando le altre quattro ad una generica schermata – dopo attenta valutazione del valore della squadra e percentuale di vittoria, sconfitta o pareggio – con il risultato finale, ma la musica cambia quando dobbiamo giocare noi.
La sfida è decisamente semplice: in mano avremo un mazzo di carte che – un po’ come le carte energia del gioco dei Pokémon – serviranno come supporto in percentuale nelle azioni da intraprendere sul campo.
Queste azioni sono automatiche, come già spiegato, gestite dal valore del singolo giocatore. Ecco dunque che le azioni sono una serie di carte che si aprono sul tavolo a cui, per ogni ultima carta, ne seguono tre possibili scenari. Non dobbiamo fare altro che giocare la carta migliore per aumentare la percentuale dell’azione a noi favorevole. Esempio pratico, se il gioco comincia da centrocampo, ovviamente cercheremo di dare un supporto al controllo palla per poi tentare di arrivare in area avversaria, tirare e segnare.
Esattamente come in Football Manager non avremo dirette possibilità di gestire le partite, bensì possiamo solo giocare le nostre migliori carte in mano per aumentare le possibilità di avere un’azione a nostro favore. E tutto questo è fantastico. Davvero.
L’effetto nostalgia

Altro elemento di spessore ludo narrativo è proprio quella nostalgia che travalica gli anni ’80 e ’90. Specialmente se si è appassionati e si segue il calcio, la stretta cerchia sulla possibilità di giocare con squadre inglese – restando sempre nel campionato inglese – può essere una limitazione come un punto di forza.
È proprio il concentrarsi di tante energie nella gestione della squadra, come della società, rende Nutmeg appetibile a chiunque, per chi non deve necessariamente perdersi in un quantitativo impressionante di dati e numeri, ma rimanere in modo superficiale nella gestione – o illusione – di una squadra. Certo però, sarebbe stata un’esperienza decisamente totalizzante poter affrontare tutto il campionato così, “giocarsi” le proprio carte partita dopo partita. Probabilmente lì poi avrebbe vinto il fattore ripetitività, ma se c’è la possibilità di iniettarsi una dose di tutto questo, perché privarsene?
Al netto di questo, Nutmeg è forse una delle più grandi rivelazioni videoludiche di questo 2026.



