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Non è bastata la vittoria sul ghiaccio. Quando domenica sera il Team USA ha conquistato l’oro olimpico nell’hockey maschile battendo il Canada 2-1 in una finale thrilling a Milano, la Casa Bianca ha deciso che il trionfo sportivo meritava un seguito politico. E quale modo migliore se non pubblicare sui social un’immagine di un’aquila calva americana che calpesta un’oca canadese. La provocazione non è arrivata a caso. È stata una risposta chirurgica a una dichiarazione dell’ex premier canadese Justin Trudeau, che nel febbraio dello scorso anno aveva twittato con orgoglio: “Non potete prendervi il nostro paese e non potete prendervi il nostro gioco“. All’epoca il Canada aveva battuto gli Stati Uniti 3-2 nella 4 Nations Face-Off, e Trudeau aveva colto l’occasione per rispondere alle continue dichiarazioni di Donald Trump sul suo desiderio di annettere il Canada come 51esimo stato americano.

La vittoria di Milano ha ribaltato completamente lo scenario. Per la prima volta dal leggendario Miracle on Ice del 1980, gli Stati Uniti sono tornati sul gradino più alto del podio olimpico nell’hockey su ghiaccio maschile. Una vittoria che ha il sapore della rivincita, ottenuta proprio contro quelli che considerano l’hockey il loro sport nazionale, parte integrante dell’identità canadese. Trump non si è fatto sfuggire l’occasione. Lunedì mattina presto ha condiviso su Truth Social uno screenshot del vecchio tweet di Trudeau, come a dire: il gioco ve lo abbiamo preso eccome. Ma non si è fermato qui. Il presidente americano ha poi pubblicato quello che sembra un video generato con intelligenza artificiale in cui lui stesso, in completo elegante, gioca insieme al Team USA e segna un goal contro il Canada. “Trump, the enforcer“, ha commentato entusiasta Kari Lake, senior advisor dell’amministrazione per l’agenzia statunitense dei media globali.

La sera della finale, Trump aveva già celebrato il successo americano con toni trionfalistici: “Stiamo vincendo troppo, non è giusto“. Il presidente ha sottolineato come i giochi di Milano Cortina abbiano visto gli Stati Uniti infrangere il proprio record di medaglie d’oro alle Olimpiadi invernali, con un bottino di 12 ori, 12 argenti e 9 bronzi. Dal lato canadese, il primo ministro Mark Carney ha mantenuto un tono più sobrio e istituzionale. “Non potrei essere più orgoglioso dei nostri atleti. Tornate a casa con 21 medaglie olimpiche conquistate con fatica. Ma quello che i canadesi ricorderanno di più è come avete indossato la foglia d’acero: con orgoglio, grinta e determinazione“, ha dichiarato, evitando di entrare nel botta e risposta con la Casa Bianca.

Ma questa rivalità sul ghiaccio si inserisce in un contesto politico ben più teso. Da quando Trump è tornato alla presidenza, i rapporti tra Stati Uniti e Canada hanno attraversato momenti di forte frizione. Le continue minacce di annessione e l’imposizione di tariffe doganali hanno messo a dura prova la tradizionale alleanza tra i due paesi vicini. Solo pochi giorni fa, Trump ha minacciato di bloccare l’apertura del Gordie Howe International Bridge, il ponte da miliardi di dollari che collega Ontario e Michigan e che dovrebbe essere inaugurato quest’anno. Il nome del ponte, dedicato a uno dei più grandi giocatori di hockey canadesi di tutti i tempi, rende la minaccia ancora più simbolica nel contesto della rivalità hockeystica.

Venerdì scorso, dopo che la Corte Suprema ha dichiarato illegali le sue tariffe generalizzate, Trump ha attaccato nuovamente il Canada durante una conferenza stampa, accusando il paese di aver derubato l’America sul commercio per molti anni. Il ministro canadese per il commercio con gli Stati Uniti, Dominic LeBlanc, ha risposto sostenendo la decisione della Corte Suprema e ribadendo chele tariffe imposte dagli Stati Uniti sono ingiustificate“. Le tensioni erano già esplose a gennaio, durante il World Economic Forum di Davos. Carney aveva tenuto un discorso in cui avvertiva che il vecchio ordine mondiale “non tornerà” e aveva esortato le potenze medie a difendersi, accusando le “grandi potenze” di usare pressioni economiche per ottenere risultati. Il riferimento alle minacce di Trump alla Danimarca per ottenere la Groenlandia era trasparente.

Trump aveva risposto durante il suo intervento a Davos, rivolgendosi direttamente a Carney: “Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordalo, Mark“. La risposta del premier canadese, al rientro in patria, era stata altrettanto diretta durante un discorso televisivo: “Il Canada non vive grazie agli Stati Uniti. Il Canada prospera perché siamo canadesi“. In questo clima di crescente nazionalismo da entrambi i lati del confine più lungo del mondo, una partita di hockey è diventata molto più di una competizione sportiva. È diventata un campo di battaglia simbolico dove si misurano identità nazionali, orgoglio e visioni politiche contrapposte.

L’immagine dell’aquila che calpesta l’oca, apparentemente infantile e provocatoria, rappresenta perfettamente questo momento storico. Non è solo una presa in giro dopo una vittoria sportiva. È l’espressione visiva di una relazione bilaterale che sta attraversando una delle sue fasi più complicate, dove ogni occasione diventa un pretesto per riaffermare la propria supremazia. Gli Stati Uniti hanno vinto l’oro olimpico dopo 46 anni di attesa, conquistando quello che i canadesi considerano il loro gioco. Ma la vera domanda è: quale sarà il costo politico di questa vittoria celebrata con così tanta veemenza. Perché nel lungo periodo, le alleanze si costruiscono con il rispetto reciproco, non con aquile che calpestano oche sui social media istituzionali.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.