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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Il seme del male non è mai stato realmente debellato. Subisce una metamorfosi perenne, ciclica oserei dire, di 20 anni in 20 anni: ed ecco spiegata la necessità di ricordare.

Più che uno sterile esercizio di nostalgia e commemorazione, custodire gli orrori del passato è nostra responsabilità verso il presente e il futuro. Questo perché la memoria storica serve a riconoscere i meccanismi che conducono alla disumanizzazione, alla guerra e allo sterminio, affinché non si ripetano. Letteratura, cinema, anime e manga hanno avuto un ruolo fondamentale nel trasmettere questa memoria, puntando il focus su ciò che i manuali di storia spesso non riescono a comunicare: la banalità del male, il dolore umano, la fragilità con cui le nostre vite si sgretolano sotto il peso del potere, la sofferenza dei civili, inetti, invisibili pedine.

Pedine e sopravvissuti

Come Suzu, Setsuko e Seita, protagonisti de La tomba delle lucciole e In questo angolo di mondo, innocenti, poco più che bambini che – come noi – non comprendono appieno le strategie militari o ciò che gli riserva il futuro. Eppure, proprio a causa della guerra, entrano in contatto con fame, perdita e solitudine. Come lucciole, durano un battito di ciglia. Ed è stato quel medesimo “battito di ciglia” a privare Gen Nakaoka (Gen di Hiroshima) di tutto ciò che lo rendeva un essere umano, bollato quale “traditore” mentre soffre povertà e malattia.

La città che scompare, la famiglia che si spezza, la lotta quotidiana per procurarsi cibo e cure. Gen è quel che viene dopo la guerra, emblema del sopravvissuto che deve convivere con un trauma. Questo perché la memoria delle vittime non è solo il ricordo dei morti, ma anche quello dei sopravvissuti, segnati nel corpo e nella mente dagli orrori che hanno visto e subito sulla propria pelle. Come una macchia nera sul bavero lercio della camicia, un marchio che – dapprima – ti fa sentire escluso, inadatto, uno stigma: come quello di Yasuko (Colpiti da una pioggia nera), sempre damigella, mai sposa perché “contaminata dalle radiazioni”.

Sopravvivenza e trauma, assieme alla consapevolezza che la guerra si protragga anche dopo la fine delle ostilità, nelle relazioni umane e nella paura del futuro. Un futuro che non c’è.

La memoria storia, ma una memoria corta

E allora non venitemi a dire che i conflitti e gli orrori (dell’epoca e contemporanei) non ci riguardano perché “sono lontani da noi, popoli inferiori, non vi è democrazia“. Non vivete come se la guerra fosse un evento astratto, impalpabile: avete la memoria corta, forse?

Non bastano queste narrazioni a contrastare la retorica della guerra come necessità o come atto eroico per la Patria? Non bastano ad aprire gli occhi su ciò che la dittatura tende a nascondere?

Eppure, il Novecento ha dimostrato come la propaganda possa trasformare interi popoli in nemici da odiare, no? Negli anni 20 e 30 (fino al 45), gli ebrei furono progressivamente disumanizzati attraverso un linguaggio che li descriveva come parassiti, traditori della patria. Ma prima della violenza fisica arrivò quella verbale, poi la necessità di bollarli come un pericolo, dopodiché i rastrellamenti nelle strade: stay inside, they’re here. Davanti ai civili, che restavano fermi a guardare, mentre bambini venivano arrestati, uomini e donne fucilate, infermieri giustiziati. E la storia, quella derivata dalla memoria, insegna che il genocidio non nasce all’improvviso, bensì dalla costruzione di un “noi” contro un “loro”.

E oggi assistiamo a dinamiche inquietantemente simili. Gli orrori nati a Gaza mostrano come la propaganda e il potere politico possano giustificare la sofferenza dei civili, trasformando bambini, donne e famiglie in “danni collaterali”. Sohei Toge (I tre Adolf) ci aveva avvertiti circa gli uomini forti che alimentano paura e odio manipolando la verità per legittimare persecuzioni e stermini. E, come ben sappiamo, oggi più che mai il linguaggio è un’arma: e definire un popolo come nemico assoluto rende più facile accettare la sua distruzione.

Noi contro loro

Per questo la memoria non è solo ricordo del passato, ma strumento critico per leggere il presente, e le opere di stampo nipponico che abbiamo elencato parlano indirettamente anche di noi. Ci insegnano a riconoscere la propaganda, a dubitare delle narrazioni che cancellano l’umanità dell’altro.

La memoria vive nelle immagini, nei personaggi, nelle emozioni, nelle storie. Dunque, converrete con noi che basterebbe togliersi i paraocchi affinché Gen, Setsuko, Suzu e Yasuko vestano panni odierni, tramutandosi in civili palestinesi, abitanti di Minneapolis, bambini del Sudan. Eppure, nonostante la “giornata della memoria”, gli orrori moderni ci mostrano quanto quest’ultima sia fragile. Ogni volta che si giustifica la morte di innocenti, ogni volta che si riduce un popolo a un nemico, si riapre la strada agli errori del passato. La storia non si ripete mai nello stesso modo, ma i suoi meccanismi sì: paura, propaganda, disumanizzazione, potere assoluto.

Ricordare gli orrori del passato non è solo un dovere verso le vittime, ma un atto politico, e farlo ci aiuta a costruire uno sguardo più umano sul mondo. Solo mantenendo viva questa consapevolezza possiamo sperare di impedire che nuove nefandezze si ripetano. Perché ogni volta che dimentichiamo, la violenza trova terreno fertile per rinascere.

E non basta commuoversi dinanzi alla dipartita di Setzuko se poi il nostro cuore s’indurisce all’ennesimo bombardamento.

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Napoletana, classe 92, nerd before it was cool: da sempre, da prima che fosse socialmente accettato. Dopo il diploma al Liceo Classico, una breve ma significativa tappa all'Accademia di Belle Arti mi ha aperto gli occhi sul futuro: letteratura, arte e manga, compagni di una vita ed elementi salvifici. Iscritta a Lettere Moderne, ho studiato e lavorato per poi approdare su CPOP.IT e scoprire il dietro-le-quinte del mondo dell'editoria. Dal 2025 scrivo per LaTestata e mi sono unita al team di ScreenWorld in qualità di Capo Redattrice Anime e Manga: la chiusura di un cerchio e il coronamento di un sogno.