C’è una Roma che sa essere affascinante e inquietante, luminosa e corrotta allo stesso tempo. È la Roma degli anni Settanta, quella che Stefano Lodovichi e Sandro Petraglia riportano sullo schermo con Il Falsario, ora disponibile su Netflix dopo il debutto alla Festa del Cinema di Roma.
Un film che non si limita a raccontare una storia, ma si inserisce in un discorso più ampio sul rapporto tra creatività e potere, tra sogno e collusione.
L’arte come specchio di un Paese in crisi

La vicenda di Antonio Chichiarelli, detto Toni della Duchessa e interpretato da un convincente Pietro Castellitto, diventa il filo conduttore per osservare un’Italia in bilico tra modernità e decadenza. Il paese scopre la televisione a colori e coltiva l’illusione del benessere, ma allo stesso tempo vive sotto il peso degli anni di piombo, delle rivolte studentesche, dei rapimenti e dei giochi oscuri dei servizi segreti.
Toni lascia il paese di origine, Magliano de’ Marsi in Abruzzo, per trasferirsi nella Città Eterna con i suoi amici più cari (Andrea Arcangeli e Pierluigi Gigante). Grazie agli agganci della gallerista Donata (Giulia Michelini), la donna di cui si innamora, Roma diventa in pochissimo tempo il suo palcoscenico nascosto. Chichiarelli inizia ad operare ai margini di ambienti criminali e collezionistici, creando false opere d’arte che spesso avevano scopi più complessi della semplice truffa economica.
È così che Toni stringe pericolose amicizie, tra cui Balbo (Edoardo Pesce), il capo di un gruppo di criminali esperto nei meandri della malavita romana, e viene notato dal Sarto (Claudio Santamaria), figura controversa dei servizi segreti. Attraverso questi rapporti oscuri, Toni conosce la ricchezza, ma anche un sistema deviato che lo trascina persino nel caso Moro. Le capacità di Toni come falsario non sono solo un’abilità artigianale: diventano il simbolo di un’epoca in cui le apparenze contano più della sostanza, e in cui persino l’arte è strumento di potere. La sua parabola è quella di un talento manipolato, trasformato in pedina di un sistema che sfrutta la creatività per alimentare trame criminali e politiche.
Un noir che racconta l’Italia

Lodovichi tratteggia una Capitale viva e contraddittoria, che accoglie e divora allo stesso tempo. Nei vicoli e nei palazzi si annidano degrado, collusione e opportunismo, mentre la Banda della Magliana, i servizi segreti deviati e i collezionisti senza scrupoli si muovono come predatori. La colonna sonora di Santi Pulvirenti e i brani iconici dell’epoca, da Senza Fine di Gino Paoli in giù, rafforzano l’immersione in un decennio denso di tensione e malinconia.
Il Falsario si propone come un’opera dal passo pop e noir, capace di restituire una storia di crimine, ma anche un ritratto sociale. Toni diventa quindi molto più di un semplice truffatore: è un ragazzo in cerca di riscatto, intrappolato in un contesto che lo inghiotte – e quel talento, in assenza di riconoscimento e libertà, rischia di piegarsi alle logiche di un potere che opera dietro le quinte della storia. In questo senso, Il Falsario riesce soprattutto a imporsi come editoriale filmico sull’Italia di quegli anni, dove ogni sogno, per sopravvivere, doveva scendere a patti con le ombre.



