X

I fratelli Safdie sono stati una vera e propria rivelazione per il cinema depresso di una Hollywood che continua a girare a vuoto. Dopo il successo di Good Time e Diamanti Grezzi, il duo si è diviso, permettendo ai due fratelli di misurarsi con progetti diversi. Marty Supreme di Josh Safdie non abbandona il lavoro fatto precedentemente, ma anzi lo porta a un livello hollywoodiano: grandi budget, grandi attori, grandi possibilità. Fin dalla massiccia campagna marketing, il film è stato al centro dell’attenzione mediatica e, con la sua uscita nei cinema di tutto il mondo, ha decretato il successo del suo regista e di A24.

Marty Supreme è davvero un film antitetico, non solo perché affronta un’altra prospettiva del sogno americano, ma perché Safdie, pur trovandosi di fronte a un progetto milionario con tanto di divi hollywoodiani, non ha indietreggiato di un passo. Il suo stile è rimasto illeso così come la sua modalità narrativa. Forse il lavoro di Safdie, Marty Supreme compreso, è arrivato come risposta a tempi sempre più oscuri e propagandistici. La visione troppo semplicistica del mito americano viene spazzata via per far posto a una situazione decisamente più complessa. Il sogno americano ha cresciuto milioni di giovani cittadini e, oggi più che mai, ha rivelato tutta la sua parte da incubo.

La terra dei sogni 

Marty Supreme
Timothée Chalamet è Marty Mauser – ©A24

Il sogno americano è un’attenta costruzione narrativa che l’America ha messo in atto per convincere l’opinione pubblica delle proprie qualità. Non che non esistano storie imprenditoriali importanti ma, spesso, queste storie vengono pericolosamente semplificate. Parliamo del mito del self-made man, ovvero l’idea secondo cui qualsiasi individuo, partendo anche dalle condizioni più basse e svantaggiose, possa raggiungere il successo sociale ed economico, a patto di essere “coraggioso” e affrontare rischi importanti (personali e comunitari). Molti hanno promosso questo mito ma pochi lo hanno analizzato nella sua reale complessità.

Esposizioni come quelle di Ralph Waldo Emerson sulla self-reliance (l’autorealizzazione mediante il puro coraggio e il talento) non tengono mai conto degli ostacoli sociali, economici e politici che possono colpire un cittadino. E il mito, per essere tale, non può certo accettare critiche o limiti, perché il sogno americano deve apparire realmente realizzabile. Altrimenti, chi scommetterebbe su questa terra? Chi muoverebbe oceani di denaro e influenzerebbe masse sempre più disinformate? Chi altri potrebbe sostenere l’operato del vampiro Milton Rockwell?

Lo Sapevi?

Timothée Chalamet si è allenato a ping-pong sin dal 2018 per prepararsi adeguatamente per il ruolo.

Soprattutto durante la campagna marketing, era naturale dubitare che che Safdie si fosse arreso al mito. Invece, Marty Supreme si integra pienamente nel percorso che il regista ha costruito attorno alla decostruzione del mito della nazione. Safdie non dipinge un ritratto facile dell’America e, cosa ancora più importante, non accontenta lo spettatore. Il regista si apre invece all’autocritica, rompendo il velo della propaganda e cercando di andare più a fondo nella questione, perché vincere, ormai, è tanto onorevole quanto obbligato.

Chi ha incastrato Marty Mauser

Marty Supreme
Timothée Chalamet in una scena del fim – ©A24

Marty Mauser non è certo un uomo qualunque: è dotato di un immenso talento e, cosciente di ciò, farà di tutto per diventare il campione del mondo. Safdie utilizza il talento come simbolo della voglia di “arrivare”. Ma perché? Che cosa spinge Marty, e qualsiasi altra persona, a ricercare il successo a ogni costo? Prendiamo in esame la tesi che Max Weber ha elaborato in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo: il successo dell’individuo è legato a doppio filo al dogma religioso e al dovere etico. Avere successo nel lavoro e nella vita, nel mondo del capitale, non è quindi una scelta, ma un dovere civico.

Marty sembra aver interiorizzato pienamente questa tesi. Il ragazzo si sente invisibile, inutile, fallimentare. Lavorare in un negozio di scarpe e progredire in un impiego così “comune” lo fa sentire uguale a tutti gli altri: ininfluente. Questo pensiero può scatenare l’indole egoista di Marty, pronto davvero a tutto per raggiungere l’approvazione di quella società che continua a sottovalutarlo. Marty, privo di particolari mezzi socioeconomici, ha solo il tennis da tavolo per brillare agli occhi degli altri.

Non è un caso che Marty ripeta continuamente che “ce la farà da solo” o che “basterà il suo talento”. Il giovane americano è completamente imbevuto di quell’illusione che lo ha spinto a sacrificare qualsiasi cosa, perfino l’affetto delle persone a lui vicine, per raggiungere la tanto agognata vetta. Marty non può essere un semplice commesso, perché deve essere un campione. Marty non può essere padre, perché deve essere un vincente. Il giovane giocatore non può dormire in una topaia, perché a lui spetta il Ritz. Per l’ansia di farsi amare, Marty diventa un personaggio davvero detestabile.

Il successo è un dramma sociale

Marty Supreme
Marty Mauser in fuga – ©A24

Per Weber, dunque, l’individuo non è davvero libero di avere successo, poiché il successo non è più qualcosa di personale. La spinta a compiere imprese straordinarie o a raggiungere determinati traguardi non riguarda più una volontà psicologica dell’individuo, ma un bisogno sociale. Il sistema del successo è la trappola dell’approvazione, e il capitalismo è la sua gabbia d’oro. Diventare il primo al mondo fa parte di un meccanismo di integrazione sociale ed è l’unico modo per Marty di essere riconosciuto dagli altri.

Il successo è, prima di tutto, un problema sociale. Chi ottiene successo viene immediatamente legittimato agli occhi della società: qualsiasi nefandezza compiuta viene giustificata secondo il credo per cui “il fine giustifica i mezzi”. Così Marty può sfruttare, rubare e raggirare a suo piacimento perché, in fondo, se diventa il miglior giocatore al mondo, ogni colpa o problema scomparirà. E Marty, come tanti altri, ci crede davvero. Il fallimento non è più un evento prodotto da ragioni politiche, sociali, economiche o personali. Niente di tutto questo: il fallimento è unicamente colpa del singolo individuo.

Un singolo che viene così delegittimato dalla società, reso inaffidabile. È questa l’odissea di Marty Mauser: l’epopea del piccolo uomo in lotta con una società che lo tiene costantemente sotto osservazione. Se Marty dovesse fallire, verrebbe privato della sua stessa identità. Il ragazzo verrebbe irrimediabilmente relegato ai bassifondi sociali, imprigionato in una bettola dove nemmeno la doccia funziona. Il successo diventa quindi lo strumento attraverso cui la società discrimina, sfrutta e umilia il singolo, confinandolo all’infelicità. E vi è un’altra verità, forse la più subdola di tutte: il successo personale potrebbe non coincidere con quello sociale.

Lo Sapevi?

Il leggendario drammaturgo David Mamet appare in un cameo nei panni del regista della pièce Kay Stone.

Perdere è vincere, vincere è perdere

Timothée Chalamet
Timothée Chalamet durante la campagna promozionale

Se la storia di Marty prosegue nella tipica spirale schizofrenica safdiana, è proprio nel finale che il film gioca tutte le sue carte, quando Josh Safdie pone davanti al giocatore il problema conclusivo. Ed è proprio a questo punto, nel culmine della spirale, che Marty rovescia tutto: il successo personale che tanto desiderava non coincide più con il successo sociale. Nello scambio finale (evitando spoiler) il sogno americano si rivela per ciò che è davvero: una promessa venduta al prezzo dell’umiliazione.

In quel momento, proprio attraverso quella scelta, il giovane hustler raggiunge finalmente la verità. Marty sceglie di giocare per se stesso, per celebrare un successo intimo e personale. Il giocatore si impone per affermare se stesso attraverso il puro talento. Marty ama davvero il ping-pong e trova la propria realizzazione solo quando mette questa verità davanti a tutto, abbandonando gli obblighi e le menzogne del mito più sopravvalutato di tutti i tempi.

Marty, Supreme

Timothée Chalamet
La pallina brandizzata Marty Supreme – ©A24

Questa è la storia di Marty Mauser: “come lui ce ne sono a migliaia”. Una storia lontana dal mito e dal campione Marty Reisman, che ha ispirato il personaggio principalmente sul piano della caratterizzazione. È la storia di un perdente che attraversa un arco di crescita doloroso, come la vita. 

Non possiamo vedere il futuro, luminoso o meno, di Marty, ed è proprio questo il punto. Il successo è una questione personale e Marty Supreme lo ha già raggiunto. Josh Safdie firma un film profondamente personale, capace di spazzare via la faciloneria con cui spesso vengono affrontati temi come questo. Probabilmente è proprio questo rifiuto della norma comune ad aver decretato il successo personale dei Safdie e, in particolare, quello di Josh. Un successo nato, oggi sempre più raramente, da chi sa come perdere.

Condividi.

Cinefilo accanito e amante delle grandi storie. Mi sono laureato in Cinema e audiovisivo, con una particolare attenzione alle produzioni del continente asiatico. Puoi trovarmi come cinerama46 sui social!