Quando Donald Trump salì sul palco della Bitcoin 2024 conference a Nashville, Tennessee, durante la sua campagna elettorale, promise agli entusiasti delle criptovalute che avrebbe trasformato gli Stati Uniti nella “capitale mondiale del crypto” e nel “superpotere del bitcoin“. Una delle sue promesse più concrete riguardava l’istituzione di una riserva strategica di bitcoin, una sorta di Fort Knox digitale che avrebbe dovuto funzionare come il deposito d’oro federale: un asset rifugio nei tempi di turbolenza economica globale. Sono passati quasi dodici mesi da quando Trump ha firmato l’ordine esecutivo che doveva dare vita a questa riserva. Eppure, a gennaio 2026, la Strategic Bitcoin Reserve federale esiste ancora principalmente sulla carta.
Le discussioni legali su quali agenzie abbiano l’autorità per implementarla continuano, mentre Patrick Witt, direttore esecutivo del President’s Council of Advisors for Digital Assets, rassicura che “è certamente ancora nella lista delle priorità” e che ci saranno “novità in arrivo“. Nel frattempo è stato riportato che, tre Stati americani hanno deciso di non aspettare Washington. Arizona, New Hampshire e Texas hanno già approvato e implementato leggi per creare le proprie riserve di bitcoin a livello statale.
Il Texas si è spinto oltre: non solo ha legiferato, ma ha già acquistato attivamente bitcoin per alimentare la sua riserva. È un paradosso che la dice lunga sulla velocità della burocrazia federale rispetto all’iniziativa locale. La riserva federale, quando e se verrà completata, dovrebbe partire con i bitcoin sequestrati dalle forze dell’ordine durante procedimenti legali. Tra questi figurano anche gli asset digitali confiscati agli sviluppatori di Samourai Wallet, un portafoglio bitcoin focalizzato sulla privacy i cui creatori, a differenza del CEO di Binance Changpeng Zhao legato a Trump, non hanno ricevuto alcuna grazia presidenziale.

Witt ha confermato che questi bitcoin non saranno liquidati ma entreranno a far parte della riserva, una decisione che non è piaciuta a molti puristi del bitcoin che vedono in questa scelta una violazione dei principi di sviluppo open-source. Perché tanta resistenza anche tra i sostenitori delle criptovalute? Perché per molti bitcoiner convinti, una riserva nazionale alimentata dalla confisca di asset di sviluppatori rappresenta un tradimento ideologico. Per loro, priorità più urgenti sarebbero l’esenzione fiscale de minimis sui pagamenti in bitcoin e protezioni legali per gli sviluppatori, misure che potrebbero arrivare attraverso il CLARITY Act, attualmente in discussione al Congresso.
La verità è che l’amministrazione Trump, nonostante le promesse elettorali, si è concentrata maggiormente sugli aspetti centralizzati del mondo crypto piuttosto che sul bitcoin in sé. La regolamentazione delle stablecoin attraverso il GENIUS Act ha preso il sopravvento nell’agenda, mentre sono emersi numerosi conflitti d’interesse legati alle attività imprenditoriali dello stesso Trump nel settore delle criptovalute e presunti schemi pay-for-play. I Democratici hanno persino chiesto alla SEC di spiegare la mancanza di enforcement su entità crypto collegate al presidente. Ma torniamo agli Stati che hanno deciso di fare da soli. Secondo Bitcoin Laws, una piattaforma che monitora la legislazione sulle criptovalute, oltre ai tre Stati che hanno già leggi operative, diversi altri hanno progetti di legge in varie fasi di avanzamento.
Solo la scorsa settimana, sia Florida che West Virginia hanno presentato proposte per creare le proprie riserve statali. Questa proliferazione di iniziative locali rappresenta un’accelerazione significativa nell’adozione del bitcoin come asset di riserva da parte di istituzioni fidate. Non si tratta di un fenomeno esclusivamente americano. A livello internazionale, nazioni come El Salvador e Bhutan hanno già stabilito le proprie riserve nazionali di bitcoin. Morgan Stanley, dopo aver osservato il successo del fondo negoziato in borsa iShares Bitcoin Trust di BlackRock, sta creando il proprio ETF su bitcoin.
Persino fondi pensione statali e fondi universitari, come quello di Harvard che ha fatto del bitcoin il suo più grande investimento pubblico, stanno allocando risorse significative verso questo asset digitale. Il bitcoin viene sempre più considerato “oro digitale”, un bene capace di mantenere il proprio valore nel lungo periodo. Per alcuni è una rivoluzione finanziaria, per altri una strategia elettorale per conquistare i voti degli appassionati di crypto. Ma mentre a Washington si continua a discutere di autorità e competenze, gli Stati che hanno scelto di agire autonomamente stanno scrivendo un nuovo capitolo nella storia dell’adozione delle criptovalute da parte delle istituzioni pubbliche. La domanda che molti si pongono ora è se questa frammentazione tra livello federale e statale rappresenti un’opportunità o un problema.
Da un lato, dimostra che il federalismo americano può funzionare come laboratorio di innovazione, con Stati che sperimentano politiche che il governo centrale esita ad abbracciare. Dall’altro, rischia di creare un panorama normativo disomogeneo che potrebbe complicare la gestione e la regolamentazione delle criptovalute su scala nazionale. Quello che appare evidente è che il bitcoin, nato come esperimento libertario e decentralizzato, sta entrando stabilmente nel mondo delle istituzioni. Se questo rappresenti una vittoria o una sconfitta rispetto alla visione originale di Satoshi Nakamoto, il misterioso creatore della criptovaluta, dipende da chi lo guarda. Ma una cosa è certa: mentre Trump continua a promettere, alcuni Stati americani hanno smesso di aspettare e hanno iniziato a costruire il futuro che vogliono vedere.



