Il giudice Ilio Mannucci Pacini della terza sezione penale del Tribunale di Milano ha deciso: Chiara Ferragni è stata prosciolta dall’accusa di truffa aggravata nel processo che ha tenuto l’Italia col fiato sospeso per due anni. Il caso del Pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua solidali si chiude con una sentenza che l’influencer aspettava da quel maledetto dicembre 2023, quando il suo impero digitale iniziò a vacillare sotto il peso di accuse che oggi un giudice ha ritenuto inconsistenti nella loro forma più grave.
“È finito un incubo, sono molto contenta di poter riprendermi la mia vita. Sono stati due anni molto duri. Avevo fiducia nella giustizia e giustizia è stata fatta“. Le parole di Chiara Ferragni, pronunciate con voce visibilmente commossa all’uscita dall’aula, chiudono un capitolo che ha riscritto le regole dell’influencer marketing in Italia e ha messo sotto la lente d’ingrandimento il confine sempre più sfumato tra pubblicità, beneficenza e comunicazione digitale. Il verdetto è arrivato nel pomeriggio, dopo che il giudice Mannucci Pacini si era ritirato in camera di consiglio per valutare le richieste della Procura – che aveva chiesto una condanna a un anno e otto mesi – e le argomentazioni della difesa, rappresentata dagli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana. La decisione tecnica del magistrato si è basata su un elemento procedurale cruciale: il mancato riconoscimento dell’aggravante della “minorata difesa” dei consumatori online, quella circostanza che avrebbe reso il reato procedibile d’ufficio anche senza querela.
Senza questa aggravante, la truffa si configura come reato semplice, procedibile solo su querela di parte. E qui entra in gioco un altro tassello fondamentale della vicenda: circa un anno fa, il Codacons aveva ritirato la propria querela dopo aver raggiunto un accordo risarcitorio con l’imprenditrice digitale. Questo ritiro ha fatto venire meno il presupposto per procedere, portando il giudice a dichiarare il proscioglimento per estinzione del reato riqualificato. Una sentenza che, di fatto, equivale a un’assoluzione piena nella sostanza, anche se percorre una strada tecnica diversa. Con Chiara Ferragni sono stati prosciolti anche Fabio Maria Damato, all’epoca suo braccio destro e direttore generale delle sue società, e Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia e proprietario del brand Dolci Preziosi. Per entrambi la Procura aveva chiesto condanne rispettivamente di un anno e otto mesi e un anno di reclusione. Damato, che ha scelto di commentare la sentenza sui social, ha parlato di “due anni di estremo dolore, sofferenza e spaesamento. Due anni di vita in sospeso dove in troppi hanno detto di tutto, spesso senza sapere niente“.
La vicenda del Pandoro gate – termine che ormai è entrato nel lessico comune italiano – ruota attorno a due operazioni commerciali che hanno scatenato un dibattito nazionale sul rapporto tra influencer, brand e beneficenza. Nel Natale 2022, Chiara Ferragni aveva promosso il pandoro Pink Christmas di Balocco attraverso i suoi canali social, presentandolo come un’iniziativa legata a una donazione all’ospedale Regina Margherita di Torino. Nella primavera precedente, un meccanismo simile aveva caratterizzato la vendita delle uova di Pasqua Dolci Preziosi a sostegno dell’associazione I Bambini delle Fate. Secondo l’accusa, la comunicazione di queste campagne avrebbe lasciato intendere che ogni acquisto del dolce fosse direttamente finalizzato alla beneficenza, quando in realtà le donazioni erano già state concordate a monte tra le aziende e le onlus, indipendentemente dalle vendite effettive. I pubblici ministeri Eugenio Fusco e Cristian Barilli avevano stimato un ritorno economico complessivo delle operazioni superiore ai 2,2 milioni di euro, oltre a profitti non quantificabili in termini di notorietà e immagine.
La difesa di Ferragni ha sempre contestato questa ricostruzione, sostenendo che non ci fosse stato alcun dolo, alcuna volontà di ingannare i consumatori. “Chiara è stata ammirevole e deve essere un esempio per tutti – ha dichiarato l’avvocato Iannaccone subito dopo la sentenza – è stata rispettosa prima nei confronti dell’autorità garante e, poi, dell’autorità giudiziaria, nei confronti della quale si è comportata con trasparenza e ha avuto giustizia. Perché nel nostro paese giustizia c’è, eccome“. Il collega Marcello Bana ha aggiunto: “Siamo contenti di essere riusciti a fare assolvere Chiara dopo una battaglia durata due anni su qualcosa che probabilmente non doveva nemmeno nascere“. Una dichiarazione che sottolinea la convinzione della difesa che si sia trattato, al massimo, di errori di comunicazione, di quella zona grigia dove il marketing incontra la narrazione sociale e dove i confini non sono sempre nitidissimi.
Dal punto di vista legale, il giudice ha riconosciuto proprio che trattandosi di reato procedibile a querela, e venuta meno la querela del Codacons, l’azione penale non poteva proseguire. “Noi comunque abbiamo sempre sostenuto che non c’è stato alcun reato di truffa e che comunque, non sussistendo l’aggravante, non si poteva nemmeno arrivare a un dibattimento“, ha precisato Bana. “Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower“, sono state le prime parole dell’influencer dopo aver ascoltato il verdetto. Parole semplici che tradiscono la tensione accumulata in mesi di udienze, di ricostruzione documentale, di analisi di ogni singolo post e story pubblicati tra il 2021 e il 2022.
Resta da vedere quali saranno le conseguenze a lungo termine di questa vicenda sull’ecosistema digitale di Chiara Ferragni. Il Pandoro gate ha già prodotto effetti concreti: maggiore attenzione da parte delle authority sulla pubblicità sui social, linee guida più stringenti per le collaborazioni tra brand e influencer, una sensibilità aumentata dei consumatori rispetto alle operazioni benefiche strumentalizzate a fini commerciali. Per Chiara Ferragni, che all’ingresso in tribunale aveva dichiarato di sentirsi tranquilla e fiduciosa, si apre ora la possibilità di voltare pagina. La sua carriera, costruita in oltre un decennio di presenza costante sui social, ha subito un colpo durissimo. Ma la sentenza di oggi le restituisce quella che lei stessa ha chiamato “la mia voce“, la possibilità di ricostruire su basi più solide e, forse, più trasparenti. Oggi, in quell’aula del terzo piano di Palazzo di giustizia a Milano, si è chiuso un capitolo. Ma la conversazione su cosa significhi davvero influenzare, su dove finisca la creatività commerciale e inizi l’inganno, su come proteggere i consumatori senza soffocare l’innovazione digitale, quella conversazione è appena iniziata.



