Sean Combs, noto al mondo come Puff Daddy o semplicemente Diddy, ha tentato l’ultima carta per evitare il carcere: una lettera personale indirizzata a Donald Trump per chiedere la grazia presidenziale. La risposta del presidente americano, però, è stata netta e definitiva: no. Niente grazia per il magnate dell’hip hop, condannato lo scorso ottobre a quattro anni e due mesi di reclusione per trasporto di esseri umani a scopo di prostituzione. A rivelare il retroscena è stato lo stesso Trump durante un’intervista al New York Times. Il presidente ha confermato di aver ricevuto la missiva da Combs, senza però entrare nei dettagli sul contenuto esatto. Quando un giornalista gli ha chiesto quando fosse arrivata la lettera, Trump ha risposto con una battuta sarcastica, chiedendo se volesse vederla, senza però mostrarla. Quello che è certo è che la richiesta di clemenza non ha scalfito minimamente le intenzioni del presidente, che ha chiarito di non avere alcuna intenzione di concedere la grazia.
Il rapporto tra i due uomini affonda le radici negli anni d’oro della New York mondana, tra gli anni Novanta e i primi Duemila. Trump e Combs frequentavano gli stessi party, gli stessi circoli esclusivi, gli stessi ambienti dorati dell’élite newyorkese. “Eravamo molto amici, andavamo d’accordo e sembrava una brava persona“, ha raccontato Trump nell’intervista. “Non lo conoscevo bene, ma quando mi sono candidato, è stato molto ostile“. Una frase che racconta la parabola di un’amicizia naufragata sugli scogli della politica e, forse, delle diverse traiettorie che le vite dei due hanno preso. La condanna di Combs arriva dopo un processo che ha tenuto banco per mesi. Il rapper e produttore discografico è stato ritenuto colpevole di due capi d’imputazione relativi al trasporto di persone da uno Stato all’altro allo scopo di farle prostituire, secondo il Mann Act, una legge federale americana. Combs è stato invece assolto dalle accuse più gravi di traffico sessuale e associazione a delinquere, ma la giuria ha ritenuto provato che avesse pagato escort maschili affinché attraversassero i confini statali per partecipare ai suoi famigerati freak-off, i festini a luci rosse che hanno segnato la sua caduta.
Durante l’ultima udienza, Combs aveva espresso pentimento per il suo “comportamento disgustoso, vergognoso e malato“. I freak-off erano descritti come elaborate performance sessuali in cui l’impresario costringeva donne a lui legate sentimentalmente a partecipare insieme a escort maschi, il tutto alimentato dalla droga e spesso filmato. Il giudice Arun Subramanian, nel quantificare la pena, ha respinto con fermezza la difesa di Combs, che tentava di descrivere quegli eventi come esperienze consensuali o come una storia di sesso, droga e rock and roll. “Il tribunale respinge il tentativo della difesa di descrivere quanto accaduto come esperienze consensuali“, ha dichiarato Subramanian nella pronuncia della sentenza. “Combs ha abusato del potere e del controllo che esercitava sulle vite delle donne che diceva di amare. Le ha abusate fisicamente, emotivamente e psicologicamente. E ha usato quell’abuso per ottenere quel che voleva“. Una condanna morale, oltre che giudiziaria, che ha portato alla decisione di 50 mesi di detenzione.
A dicembre, i legali di Combs hanno presentato ricorso contro quella che ritengono una pena eccessiva. Secondo la difesa, gli imputati riconosciuti colpevoli in base al Mann Act di solito ricevono condanne inferiori ai 15 mesi per reati di questo tipo, anche nei casi di coercizione che, sostengono, la giuria non ha riscontrato in questo processo. Un argomento tecnico che cerca di aggrapparsi ai precedenti giurisprudenziali per ridurre drasticamente gli anni da scontare. Ma il tentativo di ottenere la grazia presidenziale era già in cantiere da tempo. Secondo fonti citate da Rolling Stone, Combs avrebbe iniziato a gettare le basi per questa mossa almeno dal maggio 2025, non molto dopo il suo arresto avvenuto nel settembre 2024. Dopo le elezioni presidenziali di novembre, il suo entourage avrebbe intensificato gli sforzi per contattare persone nell’orbita di Trump, arrivando a prendere contatti con politici, lobbisti e figure chiave del giro del presidente.
I tentativi sarebbero diventati ancora più frenetici dopo l’assoluzione dalle accuse più gravi, con compensi nell’ordine di diverse centinaia di migliaia di dollari ventilati per assicurarsi l’aiuto necessario. “È disposto a fare qualunque cosa pur di uscire di prigione“, ha riferito a Rolling Stone una persona che conosce Combs da una decina d’anni. Una disperazione comprensibile per chi ha vissuto ai vertici dell’industria musicale e ora si trova a dover affrontare quattro anni dietro le sbarre. Trump, però, ha chiuso la porta. Nell’intervista al New York Times, il presidente ha anche rivelato di aver rigettato richieste di grazia arrivate da altri personaggi noti, sebbene non abbia fatto nomi. Per Combs, l’ultima speranza sembra ormai affidata al sistema giudiziario ordinario e all’esito del ricorso presentato dalla difesa. Il sogno, espresso dallo stesso rapper, di celebrare la sua liberazione con un concerto al Madison Square Garden, appare oggi più lontano che mai.



