Rileggendo i volumi saldaPress dedicati alle creature dello Universal Monster, compare un tratto comune tra tutte loro: sono le specchio delle nostre emozioni. Deviate, ridotte all’essenza e quindi spaventosamente comprensibili, ma sono lì, davanti ai nostri occhi, spesso contorte e soffocate dalle reazioni di quell’umanità che si spaventa anziché comprendere. E come dicono da sempre i poeti, non esiste emozione più potente ed eterna dell’amore, che sembrerebbe lontano dal contesto orrorifico dei film Universal. Non fosse che, a bene vedere, La Mummia è un’oscura, affascinante storia d’amore dalle venature tragiche.
Dopo Dracula, Frankenstein e il Mostro della Laguna Nera, è proprio il nosferatu egizio protagonista del nuovo volume della collana di saldaPress. Personaggio abbastanza atipico tra le creature del Monster Universe, arrivato al cinema come rielaborazione di due racconti di Arthur Conan Doyle, La mummia (Lot no. 294,1892) e Il Guardiano del Louvre (The Ring of Toth, 1890). Ripensando alle varie declinazioni cinematografiche, compreso il cult con Brendan Fraser, è The Ring of Toth il racconto più importante, perché introduce un elemento essenziale per il non morto bendato: la perdita dell’amore.
Chi è il vero protagonista de La Mummia?

Su questo aspetto si è costruito un percorso narrativo che vedeva sempre un sacerdote sfidare l’ira degli dei in nome del suo amore, perduto a causa della spietata vita che, in modi differenti, lo privava della sua amata. Tolto il fallimentare esperimento di lancio del Dark Universe, è sempre stato il sacerdote a sfidare le leggi divine, diventando un punto di vista granitico.
A scardinare questo dogma narrativo è stata Faith Erin Hicks, autrice de La Mummia dello Universal Monster. Seguendo l’esempio dei suoi colleghi, la Hicks ha preso come punto di partenza il film del 1932 firmato da Freund, con il leggendario Boris Karloff nelle bende della mummia. Stessa storia, ma punto di vista differente, rendendo l’immortale egiziano una figura secondaria, dando il ruolo centrale alla sua perduta amata.
Tebe. 1912. Durante degli scavi guidati dal padre, la piccola Helen assiste al ritrovamento di una tomba misteriosa, scoperta accompagnata dal timore dei locali, spaventati dalle oscure leggende legate a quel luogo. Qui Helen comincia a capire come la sua vita sia complessa, figlia della logica britannica e della tradizione egizia, un dualismo che tornerà a tormentarla anni dopo, quando nuovamente quella tomba getterà ombre sulla sua vita.
Durante una festa, Helen si allontana con un suo amico, cercando intimità proprio in quegli scavi dalla nefasta nomea. Qui, qualcuno risveglia un antico male, una creatura non morta il cui ritorno Helen testimonia prima di svenire. Ma da quell’incontro ai limiti dell’impossibile, Helen inizia a sentire una voce che la accompagna, un’altra lei, che diventa una presenza costante e sicura.
Quando strani eventi iniziano ad accadere, in concomitanza con l’arrivo del misterioso storico Ardeth Bey, il passato di Helen assume una nuova forma, proiettandola verso un destino apparentemente già scritto e per nulla piacevole.
L’altra faccia della storia

Faith Erin Hicks tiene fede all’idea delle riscrittura marchiate Skybound dei cult dell’orrore Universal, cambiando radicalmente il punto di vista, dando finalmente la meritata centralità all’amore che ha proiettato Imhotep in questa nonvita eterna
Se Imhotep avesse pianto la sua amata Anhak-Es-En Amun quanto è morta nell’antico Egitto, non ci sarebbe stata nessuna storia, nessuna maledizione sul suo corpo.
È questo il fulcro della maledizione della Mummia, il non aver saputo accettare il dolore della perdita (quanto è umana, sotto questo aspetto!) e aver osato sfidare gli dèi pur di ritrovare la propria amata. Uno spunto narrativo che aleggi anche nell’epica greca, a ribadire quanto questo dolore sia intrinsecamente umano. La vera domanda, che nessuno si è mai posto, è quale fosse il punto di vista di Anhak-Es-En Amun, dando per scontato che lei fosse pronta ad accogliere ciò che Imhotep le offre.
Una nuova vita

L’errore collettivo è stato dimenticare quanto la donna amata da Imhotep fosse fondamentale, relegandola sempre al ruolo di oggetto del desiderio del protagonista. Con il volume di saldaPress, invece, finalmente abbiamo modo di scoprire anche la profondità di questa figura, percepiamo come la possibilità di tornare in vita dopo millenni, dopo aver assaggiato un rapido morso di vitalità attraversa una vita condivisa con una ragazzina, sia per Anhak-Es-En Amun una chance da non perdere:
Voglio vivere come una persona completa, non come uno spettro disincarnato intrappolato nella mente di una ragazza
L’incantesimo di Imhotep aveva non salvato, ma condannato l’anima di Anhak-Es-En Amun, che per secoli si è costantemente rincarnata in vite che non erano la sua. Comprensibile la sua volontà di cessare questo infinito ritorno, ma a che prezzo? Interrogativo che la mette davanti alla scelta di sacrificare la vita di Helen o la propria, solo per poter finalmente vivere il suo amore. Ammesso che sia ancora tale.
Amore eterno o ossessione?

Sotto un certo aspetto, l’amore che apparentemente guida Imhotep perde la sua valenza di oscuro romanticismo. Se da un lato si può sentire un certo trasporto nei suoi confronti, dall’altro è innegabile che la Hicks orchestri una serie di dialoghi che trasformano quel sentimento in una più asfissiante manifestazione di controllo
Nessun uomo ha mai sofferto come ho sofferto io. Non puoi rifiutarmi
Non è un caso che nel momento in cui Imhotep cede a questo suo lato oscuro davanti ai dubbi di Anhak-Es-En Amun, la donna lo veda finalmente non come il suo antico amore, ma come un mostro, da cui rifugge, pronta a una vera morte, pur di porre fine a questo maleficio.
Una riscrittura originale e contemporanea del mito della Mummia, che affronta temi odierni senza asservire la trama al messaggio, ma anzi trovando una felice sintesi. Faith Erin Hicks disegna la storia, oltre ad esserne la sceneggiatrice, realizzando tavole in cui domina l’espressività dei personaggi, spesso eco della recitazione e delle iperboli interpretative del cinema contemporaneo a Freund, senza mai superare il limite del credibile.
Fascino d’oriente

Spettacolari gli scenari di musei e ambienti esterni, in cui i dettagli sono presenti ma ridotti all’essenziali per lasciare sempre i protagonisti al centro della scena. Un’attenzione e cura che sono costanti, in perfetta sintonia con l’evolversi della trama, impreziosita dalla colorazione di Lee Loughridge, che trova una propria identità cromatica preservata in ogni momento della storia.
All’interno della collana di saldaPress, La Mummia è l’adattamento più coraggioso e riuscito, Per quanto anche Il Mostro della Laguna Nera avesse provato a seguire un percorso più identitario rispetto al cult cinematografico, con risultati poco convincenti, la Hicks dimostra di aver compreso tanto lo spirito del film originario quanto il necessario equilibrio per lavorare sui temi a lei cari.
Si percepisce quella fatica straziante nell’accettare la perdita, come evidente anche dalla confessione dell’autrice nella post-fazione, quella ricerca di aderenza alla storia senza ricadere nel deja vù. Un lodevole intento reso ottimamente.



