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Wang Kun era nel fiore della sua carriera atletica. Trent’anni, otto titoli consecutivi vinti ai campionati nazionali cinesi di bodybuilding organizzati dalla Chinese Body Building Association, e un fisico scolpito che rappresentava l’incarnazione del sacrificio e della dedizione totale. Eppure, pochi giorni fa, il suo cuore si è fermato. La notizia ha lasciato sotto shock la comunità del bodybuilding internazionale e solleva interrogativi inquietanti sul prezzo che il corpo può pagare quando viene spinto ai suoi limiti estremi. Un portavoce dell’Anhui Provincial Bodybuilding Association ha confermato mercoledì scorso che la causa della morte sembra essere riconducibile a un problema cardiaco. Wang era un atleta professionista affiliato alla International Federation of Bodybuilding & Fitness Professional League, e ancora pochi giorni prima del decesso appariva in ottima salute, senza segnali apparenti che potessero far presagire la tragedia.

La storia di Wang Kun è quella di un uomo che aveva fatto della disciplina estrema il suo mantra esistenziale. In diverse interviste rilasciate nel corso della sua carriera, il culturista aveva descritto il suo stile di vita come quello di un monaco, un’esistenza votata interamente alla trasformazione del proprio corpo. Per dieci anni aveva seguito una routine ferrea, scandita da allenamenti massacranti e una dieta rigidissima che escludeva qualsiasi concessione al piacere. Il regime alimentare di Wang era spartano fino all’estremo: brodo di hot pot con carne intinta in salsa di soia e petto di pollo bollito. Niente altro, o quasi. Una monotonia alimentare che per molti sarebbe insostenibile, ma che per lui rappresentava il carburante necessario a costruire quella macchina muscolare che gli aveva fruttato otto vittorie consecutive. Un risultato straordinario nel panorama del bodybuilding cinese, che lo aveva consacrato come una delle figure di riferimento del movimento.

Wang aveva progetti per il futuro. Stava per aprire una nuova palestra a Hefei, in Cina, un sogno che aveva coltivato come naturale evoluzione della sua carriera. “Un nuovo punto di partenza, un mondo nuovo proprio davanti ai miei occhi“, aveva dichiarato con entusiasmo, immaginando di trasmettere ad altri la sua passione e la sua filosofia di vita. Quella palestra non verrà mai inaugurata. La morte prematura di Wang Kun riaccende il dibattito sui rischi legati al bodybuilding competitivo di alto livello. Sebbene le autorità abbiano parlato genericamente di un problema cardiaco, la comunità medica e sportiva si interroga su quali fattori possano aver contribuito al collasso improvviso di un atleta apparentemente sano. Le diete estreme, la disidratazione volontaria pre-gara per enfatizzare la definizione muscolare, l’uso potenziale di sostanze per migliorare le prestazioni: sono tutti elementi che, combinati, possono mettere sotto stress il sistema cardiovascolare.

Il bodybuilding professionistico richiede al corpo umano prestazioni che vanno ben oltre i parametri fisiologici naturali. La percentuale di grasso corporeo viene ridotta a livelli minimi, spesso sotto la soglia considerata salutare. Il cuore, per quanto sia un muscolo, può soffrire quando il corpo viene sottoposto a stress metabolici prolungati, squilibri elettrolitici e carichi di lavoro estremi. Wang Kun non è il primo culturista a morire giovane, e la sua scomparsa si inserisce in una lista tristemente lunga di atleti del settore deceduti prematuramente per cause cardiache. Ogni volta che accade, il mondo del bodybuilding si divide tra chi sostiene la necessità di maggiori controlli medici e chi difende la libertà individuale di spingere il proprio corpo oltre i limiti convenzionali.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.