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Ornella Vanoni è morta nella serata di venerdì 21 novembre a Milano, all’età di 91 anni. Con lei se ne va un’icona della musica italiana, una voce che ha attraversato decenni di storia culturale del nostro Paese, una donna che ha fatto della sincerità brutale e dell’ironia la sua cifra distintiva. Fino all’ultimo ha vissuto in una casa piccola ma luminosa nel centro di Milano, circondata dalle opere degli amici artisti: Melotti, Novelli, Enzo Cucchi, Arnaldo Pomodoro. “Era molto più bella la casa di prima, in largo Treves“, raccontava nell’ultima intervista rilasciata al Corriere della Sera nel settembre 2024. “Ma ho dovuto venderla. Ero rimasta con trenta euro sul conto“.

Una confessione che suona come un pugno nello stomaco, se pronunciata da chi proveniva dall’alta borghesia milanese. Le ragioni erano familiari, come spiegava lei stessa con quel distacco che solo chi ha vissuto intensamente può permettersi: “Paga questo, paga quello… ma non me ne importa nulla“. La guerra aveva già insegnato alla piccola Ornella cosa significasse perdere tutto. Suo padre aveva visto due fabbriche bombardate, la famiglia aveva dovuto sfollare a Varese. Eppure lei ricordava quel periodo con una leggerezza disarmante: “Da bambina non hai il senso della morte. Per i miei genitori fu una tragedia, ma io mi divertivo. A scuola suonava l’allarme aereo, scappavamo via e non facevamo lezione“.

Ornella Vanoni
Ornella Vanoni

L’arrivo degli americani restò impresso nella sua memoria come un’epifania estetica: “Ci parvero tutti bellissimi: capelli corti, magliette bianche, profumo di Palmolive, così diversi dai nostri poveri soldati. Gettavano sigarette, cioccolato e cicche. Sembravano dei. Ci hanno liberati, però adesso sono anni che ce la fanno pagare“. Quella capacità di mescolare gratitudine e disincanto, tenerezza e cinismo, avrebbe caratterizzato tutta la sua vita, soprattutto quando si trattava di parlare d’amore.

Perché è proprio d’amore che Ornella Vanoni ha parlato con una franchezza rara, quasi sconcertante. “Ho avuto tanti uomini“, dichiarava senza imbarazzo, “ma ne ho amati solo quattro“. Una confessione che aveva destato stupore non tanto per i nomi citati quanto per quello escluso: Lucio Ardenzi, il produttore che aveva sposato e da cui aveva avuto suo figlio Cristiano. “Lui non l’ho mai amato“, taglia corto. Perché lo aveva sposato allora? “Perché pensavo che prima o poi ci si deve sposare. Avevo avuto la tisi. Subito dopo Strehler. Ero vissuta per un anno e mezzo in montagna, vicino a Sestriere, con due cani, un lupo e un cocker. Tornai che ero un fiore. Ma avevo bisogno di affetto, di abbracci“.

Ornella Vanoni in tv
Ornella Vanoni in tv, fonte; Rai

Giorgio Strehler era stato il suo primo vero amore, quello che le aveva fatto scoprire cosa significasse sentirsi “amata alla follia“. Prima di lui aveva già avuto altri uomini, ma con il grande regista aveva vissuto qualcosa di diverso. “Quando lui mi disse ‘ti amo da impazzire’, fu come se si fosse rotto il carapace dentro cui ero imprigionata“. All’epoca Milano era indignata: la borghesia considerava il teatro un luogo di peccato, una famiglia come la sua non poteva accettare quella relazione. Ma Ornella aveva seguito il suo cuore, anche se Strehler, inizialmente, era molto timido. “Salivo in tram, lui mi seguiva con la macchina, poi, quando scendevo, spariva“.

La storia finì per i suoi vizi, come li definiva lei con pudore insolito. Vari vizi, precisava senza entrare nei dettagli. Cocaina, probabilmente, e altre donne. “O segui il tuo uomo, o lo lasci. Se il tuo uomo tira cocaina, non puoi rimproverarlo ogni volta: o ti metti in pari, o finisce tutto“. Lei scelse di andarsene, di lasciare Milano per Spoleto, il mondo di Visconti. Lì ebbe un rapido flirt con Renato Salvatori, quello di Poveri ma belli. Un duplice tradimento, artistico e sentimentale, che non impedì a Strehler di telefonare disperato: “Non posso vivere con te, non posso vivere senza di te“.

Ornella Vanoni a Che tempo che fa
Ornella Vanoni a Che tempo che fa, fonte: Rai\YouTube

Poi arrivò Gino Paoli, l’uomo che le avrebbe regalato Senza fine e a cui lei aveva insegnato, parole sue, a fare l’amore. “È vero, me l’ha detto. Ma dice pure che per causa mia ha cominciato a bere e a fumare. E questo, gliel’assicuro, non è vero“. La loro storia aveva tutti gli elementi del melodramma italiano: l’incontro alla Ricordi, lei appoggiata al pianoforte con le sue grandi mani, la richiesta di scrivere una canzone. E poi la scena surreale in un hotel a Viareggio, quando Anna, la moglie di Gino, si sedette accanto a Ornella su un dondolo e insieme gli dissero: “Devi scegliere, o una o l’altra“. Anna aveva detto a Ornella: “Senza Gino muoio, senza Gino non posso stare“. E lei si era fatta da parte. “Pensa mica che Paoli si sia accorto di tutto questo. Lui era concentrato su se stesso. Dice che l’ho lasciato. Non l’ho lasciato, me ne sono andata: è diverso“.

Quando Gino Paoli si sparò al cuore, Ornella andò a trovarlo in ospedale di notte, per evitare fotografi e pettegolezzi. Anche il rapporto con il figlio Cristiano era stato complicato, come quello di molte madri che lavorano. “Pensava che ogni volta lo abbandonassi per il rutilante mondo dello spettacolo. Credo accada un po’ a tutte le mamme: a un bambino è difficile spiegare che devi lavorare, ma non per questo preferisci il lavoro a lui“. Il rapporto si era ricostruito nel tempo, ma il peso di quella distanza non si era mai del tutto dissolto.

Quella ostinazione a restare, a dire la verità senza filtri, era forse il suo più grande atto di resistenza. In un’epoca che vorrebbe gli anziani invisibili, lei aveva scelto di essere presente, viva, sincera fino all’ultimo. Con quella voce che sapeva farsi roca e carezzevole, ironica e struggente, aveva raccontato l’Italia e se stessa, senza risparmiare nessuno, tantomeno se stessa. Se n’è andata così come aveva vissuto: con la schiena dritta, lo sguardo lucido, e quella capacità unica di trasformare il dolore in bellezza, la delusione in una battuta, la vita in una canzone che non smette mai di suonare.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it