Quel sibilo. Quel suono gutturale, viscido e ipnotico che Anthony Hopkins emette come Dr. Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti è diventato uno dei momenti più imitati nella storia del cinema horror. Un verso che ha gelato il sangue a milioni di spettatori, che ha generato infinite parodie e che è entrato nell’immaginario collettivo come la firma sonora di uno dei mostri più terrificanti mai portati sullo schermo. Ma da dove nasce quell’inquietante combinazione di sibili e aspirazioni? La risposta arriva direttamente da Hopkins nel suo nuovo memoir intitolato We Did OK, Kid, e collega il cannibale più famoso del cinema a un altro mostro leggendario: il Dracula di Bela Lugosi. In un estratto pubblicato dal Times britannico, Hopkins ripercorre il momento in cui decise di accettare il ruolo che gli avrebbe valso l’Oscar come miglior attore nel 1992. Il copione del thriller diretto da Jonathan Demme gli arrivò tra le mani e bastarono 15 pagine per capire di trovarsi di fronte alla parte migliore della sua carriera. Talmente perfetta che smise di leggere: non voleva affrontare la delusione nel caso non fosse stato scelto. Per fortuna venne scelto, e il resto è storia del cinema.
Hopkins scrive di aver compreso istintivamente come interpretare Hannibal. “Ho il diavolo dentro di me“, confessa nel memoir. “Lo abbiamo tutti. So cosa spaventa le persone“. Durante le riprese mantenne deliberatamente le distanze dalla co-protagonista Jodie Foster, vincitrice anche lei dell’Oscar per lo stesso film. Il loro rapporto sul set doveva rispecchiare la dinamica disturbante tra i personaggi di Lecter e Clarice Starling. Oggi sono grandi amici, ma all’epoca Foster era genuinamente intimorita da lui. Il primo tavolo di lettura fu un momento cruciale. Hopkins decise di essere il più spaventoso possibile fin da subito. “Si sarebbe potuto sentire cadere uno spillo nella stanza“, ricorda. “Un paio di secondi dopo aver iniziato a parlare come Lecter, vidi Jodie irrigidirsi“. Fu in quel momento che l’attore attinse a un ricordo lontano, sepolto nei corridoi di un collegio britannico dove da ragazzo amava fare imitazioni.

Ed è qui che entra in scena Dracula. Hopkins vide il film del 1931 con Bela Lugosi da bambino, un’esperienza che lo segnò profondamente. Aveva già letto il romanzo di Bram Stoker, uno dei primi libri che divorò completamente, e quando vide Lugosi dare vita al conte vampiro sullo schermo rimase folgorato. Nel romanzo c’è una scena in cui Jonathan Harker si taglia accidentalmente con un rasoio e Dracula percepisce immediatamente il sangue, attratto in modo quasi magnetico. Hopkins immaginò il suono che il vampiro avrebbe potuto emettere in quel momento di sete di sangue: “Una combinazione molto particolare di sibili e risucchi“. Quel suono immaginato da bambino, ricreato nelle imitazioni scolastiche di Dracula, divenne anni dopo la cifra distintiva di Hannibal Lecter. “È da lì che ho preso il suono che faccio con le labbra come Hannibal, quello che viene imitato così tanto“, rivela Hopkins. Un ponte sonoro tra due mostri iconici, separati da sessant’anni di storia del cinema ma uniti da un filo invisibile fatto di sangue, terrore e fascinazione.
L’ironia della storia non sfugge: nel 1992, appena un anno dopo aver vinto l’Oscar per Il silenzio degli innocenti, Hopkins interpretò proprio Van Helsing nel Dracula di Bram Stoker diretto da Francis Ford Coppola. Questa volta si trovò dall’altra parte della barricata, nei panni del cacciatore di vampiri armato di paletto che dà la caccia al Dracula di Gary Oldman. Il memoir non rivela se Hopkins abbia dato qualche consiglio a Oldman su come interpretare il conte, ma la circolarità della vicenda è affascinante. Da bambino ammira Lugosi come Dracula, da adulto usa quella memoria per creare Lecter, poi interpreta chi dà la caccia a Dracula. Il silenzio degli innocenti uscì nelle sale nel 1991 e divenne un fenomeno culturale di proporzioni enormi. Vinse i cinque Oscar principali (miglior film, regia, attore, attrice e sceneggiatura non originale), un risultato che solo altri due film nella storia del cinema avevano ottenuto prima. Hopkins appare sullo schermo per appena 16 minuti, ma la sua presenza domina l’intero film. Ogni scena con Lecter è un capolavoro di tensione psicologica, con quell’inquietante combinazione di raffinatezza intellettuale e ferocia primordiale.

Il personaggio di Hannibal Lecter non nacque con Hopkins, naturalmente. Il cannibale psichiatra era già apparso in Manhunter del 1986, diretto da Michael Mann e interpretato da Brian Cox. Ma fu l’interpretazione di Hopkins a trasformare Lecter in un’icona pop, tanto da generare due sequel (Hannibal nel 2001 e Red Dragon nel 2002) e una serie televisiva con Mads Mikkelsen dal 2013 al 2015. Ogni attore ha portato la sua versione del personaggio, ma il verso rimane indissolubilmente legato ad Anthony Hopkins. We Did OK, Kid offre uno sguardo raro dentro la mente creativa di uno dei più grandi attori viventi. Hopkins, che oggi ha 87 anni e una carriera costellata di ruoli memorabili, sceglie di soffermarsi su quell’intuizione infantile che divenne un elemento definitorio della sua performance più celebre. È un promemoria di come l’arte si nutra spesso di stratificazioni: un film muto in bianco e nero degli anni Trenta, filtrato attraverso l’immaginazione di un bambino gallese in un collegio, che riaffiora decenni dopo per dare forma sonora a un nuovo tipo di mostro.
Il memoir è disponibile ora e promette altre rivelazioni su una carriera che attraversa oltre sessant’anni di cinema, teatro e televisione. Ma questa confessione su Dracula e Hannibal resterà probabilmente una delle più affascinanti: la prova che i mostri del cinema si parlano attraverso le generazioni, passando di mano in mano, di voce in voce, di sibilo in sibilo.
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