Bastano pochi secondi. Il tempo di uno scroll distratto, di una foto caricata sui social, ed ecco che la fogna digitale si spalanca. È successo ad Alice De Andrè, attrice ventisettenne, figlia di Cristiano e nipote del grande Fabrizio, il Faber che con le sue canzoni ha raccontato gli ultimi, i diversi, gli invisibili. Ironia della sorte: anche lei, in un certo senso, è diventata invisibile. O meglio, ridotta a un corpo. Due tette, per l’esattezza. Con una biografia attaccata dietro.
La vicenda nasce da una fotografia apparentemente innocua, pubblicata sui canali social del Todi Festival. Nello scatto, Alice sorride accanto a Silvano Spada, direttore artistico della rassegna umbra dove l’attrice si era esibita con il suo spettacolo “Alice (non canta) De Andrè“. Una foto di lavoro, professionale, senza alcuna malizia. Eppure, nel giro di minuti, i commenti si sono trasformati in un campionario di sessismo gratuito, volgarità e oggettificazione.
La reazione di Alice non si è fatta attendere. Con un video pubblicato su Instagram che ha raccolto quasi dodicimila like e migliaia di condivisioni, l’attrice ha scelto di rispondere a tono, senza filtri. La didascalia del post è già un manifesto: “Uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, diceva un tale”. Il riferimento a Leonardo Sciascia e al suo “Il giorno della civetta” non è casuale. È un richiamo letterario che evoca complicità mafiose, vigliaccheria, doppiezza morale. Perfetto per descrivere certi comportamenti online.
Nel video, Alice esordisce con ironia tagliente: “Ieri mi trovavo a Todi per il Todi Festival perché avevo appena fatto il mio spettacolo lì. Viene pubblicata una foto con il direttore artistico e internet scopre una cosa sconvolgente: ho le tette”. La provocazione è voluta, necessaria. Serve a smascherare l’assurdità di ciò che è accaduto. “La cosa che mi sconvolge di più non è che qualcuno abbia guardato il mio seno. Ce l’ho, si vede, sopravviveremo tutti”, continua. Il punto, però, è un altro.
Quello che Alice denuncia con lucidità è la velocità, quasi istantanea, con cui un corpo femminile cancella tutto il resto. “Quello che invece trovo interessante è la velocità con cui, appena compare un corpo femminile, tutto il resto sparisce. Nel giro di qualche minuto non ero più attrice, non ero più una persona che era lì a lavorare, non ero più una donna con qualcosa da dire. Ero diventata due tette con una biografia attaccata dietro”. È un’immagine potente, disturbante, ma efficace. Descrive perfettamente il meccanismo di riduzione dell’identità femminile a puro oggetto sessuale.
L’attrice però non si ferma alla denuncia. Va oltre, analizza il fenomeno con intelligenza. “La cosa davvero impressionante è il fatto che voi vi sentiate autorizzati a scrivere qualunque cosa, a parlare del corpo di una donna come se dall’altra parte non ci fosse una persona“. E qui Alice fa una distinzione fondamentale: “Non sto dicendo che voi non possiate trovare una donna attraente, sexy. Il problema è il momento in cui decidete che quel pensiero lì debba diventare una volgarità scritta pubblicamente sotto la foto di una persona che non conoscete neanche”.
Alice punta il dito contro l’ipocrisia di molti utenti social. “Io lo so che molti di voi sono padri di famiglia, mariti, fratelli di sorelle, zii, figli, persone che immagino nella vita reale pretendano un briciolo di rispetto per le donne che amano“. Il contrasto è stridente: uomini che offline esigono considerazione per mogli, figlie, sorelle, ma che online si sentono liberi di riversare le peggiori oscenità su sconosciute. “E poi entrate su un social e vi sentite in diritto di scrivere a una sconosciuta le peggiori cose che vi passano per la testa”.
La definizione che Alice conia per questi comportamenti è fulminante: “Trogloditi digitali”. Non maschi alpha, non spiritosi, non trasgressivi. Solo trogloditi che hanno trovato nella dimensione digitale uno spazio deresponsabilizzato dove dare sfogo agli istinti più primitivi.
L’attrice affronta anche un’altra narrazione tipica: quella della donna che “se l’è cercata“. “C’è un ultimo passaggio, quello in cui voi decidete il perché io mi sia vestita così. Lo fa apposta, vuole farsi vedere, cerca attenzione. Questa cosa mi affascina molto, perché credevo di essermi messa solo una maglietta invece, a quanto pare, avevo inconsapevolmente elaborato un sofisticatissimo piano di comunicazione. Devo essere un genio“. Il sarcasmo è l’arma perfetta per smontare la retorica vittimistica di chi scarica la responsabilità sulla vittima.
La chiusura del video è un j’accuse potente: “Ancora nel 2026 basta la forma di un seno sotto una maglietta perché il lavoro, le parole, il pensiero, la voce e persino l’identità di una persona, di una donna, passino improvvisamente in secondo piano. Questa sì, continua a sembrarmi una cosa molto più oscena di un capezzolo“.
Lo sfogo dell’attrice ha generato migliaia di reazioni positive, commenti di solidarietà, condivisioni. Ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema urgente: la violenza di genere online, quella sottile e quotidiana che passa attraverso commenti apparentemente innocui ma che, sommati, costruiscono un clima di oggettificazione costante.
