L’ironia tagliente del presidente americano non ha risparmiato nemmeno il Regno Unito. Keir Starmer, primo ministro britannico, è stato bersaglio di commenti che ne hanno messo in discussione la leadership e la determinazione. Trump lo ha definito “debole e incerto“, soprattutto riguardo al ruolo britannico nella crisi dello Stretto di Hormuz. Ha persino imitato Starmer, sostenendo che il primo ministro avrebbe detto di dover “chiedere al suo team” prima di impegnare le portaerei britanniche nel conflitto. Un ritratto che dipinge il leader laburista come esitante e subordinato, incapace di prendere decisioni autonome. A Londra, funzionari governativi hanno espresso preoccupazione non tanto per la critica in sé, quanto per il tono e il metodo. La relazione transatlantica tra Stati Uniti e Regno Unito è storicamente una delle più solide dell’Occidente, ma questo tipo di scherno pubblico rischia di incrinare la fiducia reciproca. Starmer, dal canto suo, ha mantenuto un profilo basso, evitando di alimentare la polemica. Ma la tensione è palpabile.
Se con Macron e Starmer Trump ha giocato sul filo dell’ironia caustica, con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha scelto un registro ancora più diretto e volgare. In una recente apparizione pubblica, il presidente ha usato espressioni figurate inusuali per descrivere il rapporto tra Washington e Riyadh. Ha detto che bin Salman “non pensava che avrebbe dovuto baciarmi il sedere; ora deve essere gentile con me“, riferendosi all’attuale equilibrio di potere tra i due paesi. Una metafora cruda, che non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche. Il messaggio è chiaro: l’Arabia Saudita, secondo Trump, è subordinata agli Stati Uniti e deve riconoscere questa gerarchia. Il commento è stato percepito come una forma di umiliazione pubblica nei confronti di un alleato chiave nella regione del Golfo, un partner strategico con cui gli Stati Uniti hanno costruito decenni di rapporti economici e militari. Riyadh non ha risposto ufficialmente, ma fonti diplomatiche hanno riferito di un clima di forte imbarazzo.
Questo modo di comunicare non è nuovo per Trump. Fin dall’inizio della sua carriera politica, ha fatto dell’uso di soprannomi irriverenti e di frasi pungenti uno dei suoi marchi retorici. Negli anni passati ha rivolto appellativi come Animal Assad a Bashar al-Assad, Rocket Man a Kim Jong-un, Juan Trump al presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. Ha definito Justin Trudeau, primo ministro canadese, con l’epiteto Governor Trudeau, negandogli implicitamente la dignità di leader nazionale. La differenza è che oggi Trump non è più un candidato o un presidente alla prima esperienza: è un leader che torna alla Casa Bianca con un’agenda precisa e con meno vincoli diplomatici. Il suo linguaggio sembra voler ridefinire le regole del gioco internazionale, sostituendo la tradizionale diplomazia con un approccio diretto, aggressivo, performativo. Un approccio che punta a consolidare un’immagine di forza agli occhi dell’elettorato interno, ma che rischia di isolare gli Stati Uniti sulla scena globale.
Gli analisti si interrogano sulle conseguenze a lungo termine di questa strategia comunicativa. Può un presidente continuare a insultare pubblicamente i leader alleati senza pagare un prezzo politico? Fino a che punto la provocazione può essere uno strumento di negoziazione efficace? E soprattutto: cosa accade quando il rispetto reciproco, che è la base di ogni alleanza, viene sostituito dallo scherno? Le reazioni dei tre leader coinvolti mostrano approcci diversi, ma un denominatore comune: il tentativo di non cadere nella trappola dello scontro verbale. Macron ha risposto con eleganza istituzionale, Starmer ha mantenuto il silenzio strategico, bin Salman ha evitato commenti ufficiali. Tutti sanno che entrare in una guerra di parole con Trump significa regalargli esattamente ciò che cerca: visibilità, polarizzazione, controllo della narrazione.
Ma il silenzio ha un costo. Ogni battuta, ogni insulto, ogni provocazione contribuisce a costruire un clima di sfiducia che può avere ripercussioni concrete. Gli accordi internazionali si basano sulla fiducia, sulla certezza che la parola data abbia valore. Quando un presidente trasforma i vertici diplomatici in spettacoli mediatici, quella certezza si erode. La diplomazia moderna si trova di fronte a un dilemma: come rispondere a un leader che rifiuta le convenzioni tradizionali senza apparire deboli, ma anche senza scendere allo stesso livello? È una domanda che Macron, Starmer, bin Salman e molti altri leader si stanno ponendo in queste settimane. E le risposte che troveranno definiranno gli equilibri globali dei prossimi anni.



