Un post sui social che scuote i mercati, una fusione da 72 miliardi di dollari appesa a un filo, e in mezzo Susan Rice, ex consigliera di Obama e Biden, ora membro del board di Netflix. Il weekend appena trascorso ha visto il presidente Donald Trump puntare il dito contro il colosso dello streaming con un messaggio inequivocabile: licenziate Rice o preparatevi a pagare le conseguenze. Non è soltanto l’ennesimo capitolo delle guerre culturali americane, ma una mossa che potrebbe condizionare uno dei più grandi deal dell’industria dell’intrattenimento.
Tutto è iniziato con un podcast. Susan Rice, figura di spicco delle amministrazioni democratiche degli ultimi quindici anni, è intervenuta nel programma condotto da Preet Bharara, ex procuratore federale per il Distretto Sud di New York. Le sue parole non sono passate inosservate: Rice ha avvertito che le corporation, i media e gli studi legali che hanno piegato il ginocchio davanti a Trump durante il suo ritorno alla Casa Bianca dovranno rendere conto delle loro scelte quando i democratici torneranno al potere. “Non finirà bene per loro“, ha dichiarato Rice con tono inequivocabile. “Probabilmente ci sarà un’inversione di tendenza, e si ritroveranno con più dei pantaloni abbassati. Saranno chiamati a rispondere da chi si oppone a Trump e vincerà alle urne“. Un messaggio chiaro: chi si è allineato all’attuale presidente non può aspettarsi il perdono automatico. “Se queste corporation pensano che i democratici, quando torneranno al potere, giocheranno secondo le vecchie regole e diranno ‘non importa, vi perdoniamo per tutte le persone che avete licenziato, tutte le politiche e i principi che avete violato, tutte le leggi che avete aggirato’, credo che si sbaglino di grosso“.
Trump non ha aspettato molto per rispondere. Sabato sera, attraverso la sua piattaforma Truth Social, il presidente ha definito Rice “puramente un’attivista politica” priva di “talento o competenze“. In maiuscolo, come suo solito nei momenti di maggiore enfasi, ha aggiunto: “IL SUO POTERE È SPARITO, E NON TORNERÀ MAI PIÙ“. Ma è la parte finale del messaggio che ha fatto drizzare le antenne agli analisti: l’invito esplicito a Netflix di rimuovere Rice dal board, accompagnato dalla minaccia di conseguenze non specificate. Il tempismo dell’attacco non è casuale. Netflix si trova nel bel mezzo di una complessa operazione per acquisire Warner Bros. Discovery, un accordo da 72 miliardi di dollari che escluderebbe le reti via cavo dell’azienda, inclusa CNN. Si tratta di una mossa strategica che ridisegnerebbe completamente il panorama dello streaming e dell’intrattenimento globale. Ma c’è un problema: l’acquisizione è attualmente sotto esame del Dipartimento di Giustizia, che deve valutare se l’operazione possa danneggiare la concorrenza.
Trump aveva dichiarato all’inizio di febbraio che avrebbe lasciato gestire la questione al Dipartimento di Giustizia, dopo aver precedentemente suggerito che sarebbe stato coinvolto nel processo di revisione. Ora, con questo attacco frontale a Rice, il confine tra indipendenza delle agenzie federali e pressione politica si fa sempre più sfumato. Il post di Trump includeva uno screenshot di un messaggio precedente di Laura Loomer, attivista dell’estrema destra e sua alleata, che aveva definito le dichiarazioni di Rice “anti-americane” e aveva esortato il presidente a “bloccare subito la fusione Netflix-Warner Bros“. Loomer aveva anche taggato Brendan Carr, presidente della Federal Communications Commission, suggerendo un coordinamento tra diverse sfere di influenza.
Ma la situazione è ancora più intricata. Paramount Skydance ha lanciato un’offerta ostile per l’intera Warner Bros. Discovery, promettendo agli azionisti 30 dollari per azione in contanti. Una mossa che complica ulteriormente il quadro e aumenta la posta in gioco. Nel frattempo, il Dipartimento di Giustizia ha ampliato la sua indagine oltre la semplice questione antitrust relativa alla fusione. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’agenzia sta esaminando se le acquisizioni precedenti di Netflix abbiano influito sulla concorrenza per i talenti creativi. Bloomberg ha aggiunto che l’indagine include anche la verifica di eventuali tattiche anticoncorrenziali nelle negoziazioni con i creatori di contenuti indipendenti per l’acquisizione di programmi. Domande che vanno ben oltre il singolo deal con Warner Bros. Discovery e che potrebbero ridefinire il modo in cui Netflix opera nel mercato.
Steve Sunshine, consulente esterno di Netflix e responsabile del gruppo antitrust globale presso lo studio legale Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom, ha dichiarato che lo studio non ha ricevuto alcuna notifica formale di un’indagine per monopolizzazione da parte del Dipartimento di Giustizia. David Hyman, Chief Legal Officer di Netflix, ha ribadito che l’azienda opera in un “mercato estremamente competitivo” e che qualsiasi affermazione secondo cui sarebbe un monopolista o cercherebbe di monopolizzare il mercato è infondata. “Non deteniamo potere monopolistico né adottiamo condotte escludenti, e collaboreremo volentieri, come facciamo sempre, con i regolatori per qualsiasi preoccupazione possano avere“, ha aggiunto Hyman.
Ted Sarandos, co-CEO di Netflix, aveva dichiarato il mese scorso di essere fiducioso che la compagnia otterrà l’approvazione normativa “perché questo accordo è favorevole ai consumatori, all’innovazione e ai lavoratori“. Parole che ora risuonano in un contesto molto più complicato, dove la politica si intreccia con le decisioni aziendali in modi sempre meno prevedibili. Susan Rice ha fatto parte del board di Netflix dal 2018 al 2021, per poi dimettersi quando è entrata nell’amministrazione Biden come responsabile delle politiche interne. È tornata nel consiglio di amministrazione nel 2023, dopo aver lasciato la Casa Bianca. La sua presenza nel board era stata vista come un segnale dell’impegno di Netflix verso la diversità e l’esperienza nelle politiche pubbliche. Ora quella stessa presenza è diventata un bersaglio politico.
Né Netflix né la Casa Bianca hanno rilasciato commenti ufficiali sulle dichiarazioni di Trump. Un portavoce di Netflix ha deciso di non commentare, mentre la Casa Bianca non ha risposto immediatamente alle richieste di chiarimenti. Il silenzio istituzionale contrasta con il rumore mediatico e lascia aperte molte domande. Cosa succederà ora è difficile da prevedere. Netflix si trova a dover navigare tra una fusione strategicamente cruciale, un’indagine federale sempre più ampia e la pressione politica diretta del presidente degli Stati Uniti. Rice, dal canto suo, si trova al centro di una tempesta che mescola politica, business e vendette personali. Le sue parole nel podcast erano un avvertimento per il futuro, ma hanno scatenato una reazione immediata nel presente.



