Una foto è diventata virale in poche ore: il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini accovacciato sulla frana di Petacciato, lo sguardo chino verso il fronte franoso che ha letteralmente spaccato l’Italia in due. I meme sono impazzati sui social, ma dietro quella posa c’è una storia che racconta molto più di un blitz politico. C’è il ritratto di un territorio fragile, dimenticato, dove l’emergenza è diventata normalità e la prevenzione una parola vuota. Martedì scorso, la storica frana di Petacciato – paese di 3500 abitanti a nord di Termoli – si è riattivata con una violenza inaspettata. In pochi attimi ha tranciato la linea ferroviaria adriatica e l’autostrada A14, paralizzando le uniche infrastrutture che tengono in vita il collegamento tra Abruzzo e Molise. Il fronte franoso, uno dei più estesi d’Europa con i suoi 4 chilometri, era monitorato da anni. Tutti sapevano. Eppure nessuno ha agito prima che fosse troppo tardi.
Il dramma si è materializzato con code chilometriche, migliaia di persone tagliate fuori dalle proprie case, dal lavoro, dagli ospedali. Chi ogni giorno attraversa il confine segnato dal fiume Trigno si è ritrovato prigioniero di un isolamento improvviso. Il traffico nord-sud, in entrambe le direzioni, è stato costretto a deviazioni infinite su strade provinciali già inadeguate, parte di una rete viaria compromessa dalla scarsa manutenzione e dal dissesto cronico. Un tragitto di venti minuti è diventato un’odissea tra curve, svincoli e piccoli centri abitati. Persino Google Maps è andato in tilt. I distributori di carburante sulla costa sono rimasti a secco per giorni, incapaci di rifornirsi. La statale 16 Adriatica, nel frattempo, era già interrotta dal crollo del viadotto sul Trigno, avvenuto giovedì scorso durante l’alluvione del 30 marzo. Un crollo che ha portato con sé anche una vita: Domenico Racanati, pescatore pugliese di 53 anni, è ancora disperso. I Vigili del fuoco lo cercano senza sosta, tra le macerie e le acque del fiume.
Salvini è atterrato ieri mattina in elicottro allo stadio comunale di Petacciato. Ad attenderlo il governatore Francesco Roberti, l’assessore ai Lavori pubblici Michele Marone, una piccola folla di residenti impauriti. Prima del sopralluogo, un fuoriprogramma: strette di mano, selfie, la raccomandazione di una donna del posto che gli ha sussurrato “Ministro, faccia qualcosa per questo paese“. Poi l’ispezione al ponte crollato, la visita alla frana, il briefing in municipio con i sindaci del basso Molise. Durante la riunione, una videochiamata al sindaco di Agnone per discutere dell’emergenza viabilità in alto Molise, aggravata da nevicate e smottamenti. E soprattutto del ponte sul Sente, ancora chiuso, unica via d’uscita dall’isolamento per quelle comunità. Salvini ha promesso un tavolo operativo a breve, impegnandosi ad accelerare come fatto per l’A14 e la ferrovia adriatica.
Nel punto stampa davanti al municipio, il ministro ha rivendicato i risultati: “Volevo esserci di persona. Ora torno a Roma per il Consiglio dei ministri che dichiarerà lo stato di emergenza in Molise, Puglia, Basilicata e Abruzzo. Il Molise è la zona più colpita. Ringrazio tecnici, ingegneri e operai che hanno riattivato in tempi record strade statali, autostrada e ferrovia“. Un grande lavoro di squadra, ha aggiunto, che ha scongiurato le previsioni pessimistiche della prima ora. Il nuovo ponte sul Trigno entro l’anno, l’A14 che resta gratis.
Eppure le promesse stridono con la realtà. Ieri, mentre Salvini parlava di tempi record, a Salcito – comune di 600 abitanti in provincia di Campobasso – un nuovo movimento franoso ha colpito il centro abitato. Cinquanta persone evacuate. Altre frane si sono riattivate ad Agnone, Frosolone, San Giuliano di Puglia, il paese devastato dal terremoto del 2002. Il Molise continua a franare, letteralmente. Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza per dodici mesi, stanziando 20 milioni per il Molise, 15 per l’Abruzzo, 10 per la Puglia, 5 per la Basilicata. Fondi per interventi urgenti. Ma la domanda che molti si pongono è: bastano 20 milioni per una regione che da decenni convive con il dissesto idrogeologico e l’abbandono infrastrutturale.
“Non è una novità, abbiamo sempre saputo che un giorno sarebbe successo“, spiega Marcello Pastorini, storico locale e attivista. “Ora dicono che stavano per iniziare i lavori, ma si doveva prevedere un piano B. Ci troviamo con un traffico pesante costretto a transitare su strade sulle quali in passato è stato vietato anche il passaggio alle bici. Per questo il povero Molise ora, per la viabilità, è un problema di tutta l’Italia“. La frana di Petacciato era nota da 110 anni. I fondi per la mitigazione erano stati stanziati con una delibera Cipe del 2017. I lavori stavano per essere appaltati. Ma la frana è stata più veloce, anche perché l’accelerazione delle procedure degli ultimi mesi avrebbe dovuto recuperare un ritardo di dieci anni. Troppo tardi.
Quello che per l’economia e la logistica nazionale è un problema con ripercussioni enormi, per gli abitanti del basso Molise e della bassa valle del Trigno è un disagio antico, oggi drammaticamente esacerbato. L’asse viario e ferroviario adriatico è di fatto l’unica infrastruttura funzionante per spostarsi verso altre parti d’Italia. Il collegamento verso l’interno e il versante tirrenico è storicamente un tasto dolente: niente autostrade, linee ferroviarie scarse, solo fondovalli del Biferno e del Trigno, statali a corsia singola inadeguate e ciclicamente interrotte. Questa configurazione viaria riflette un modello economico che ha puntato tutto su uno sviluppo industriale e turistico concentrato sulla costa, drenando socialmente ed economicamente le aree interne. Il fenomeno delle frane, della viabilità interrotta, dell’isolamento fa parte del vissuto quotidiano di decine di comunità abbandonate a un destino di morte lenta.
Il Molise ha una popolazione inferiore a quella della città di Catania, meno di 290mila abitanti, nettamente più anziana della media italiana. Solo tra il 2022 e il 2023 ha perso oltre 1400 residenti. Più della metà dei comuni conta meno di 1000 abitanti. Persino Termoli, sulla costa, perde sistematicamente popolazione nonostante uno sviluppo urbanistico trainato dalle seconde case e dalla turistificazione. La crisi attuale si intreccia profondamente alle altre crisi strutturali del territorio: spopolamento, emigrazione, industria in declino, servizi tagliati. Anche il trasporto pubblico verso Roma è stato drasticamente ridotto. Mentre sulla A14 e sulla ferrovia adriatica si promettono investimenti e soluzioni rapide, su molte strade interne danneggiate o chiuse il timore è che non si interverrà mai.
