Il Parlamento europeo ha lanciato un forte segnale per la tutela dei minori nell’ambito dell’uso delle piattaforme digitali.
Un tema di crescente urgenza, che si intreccia con una più ampia riflessione sul fenomeno dello sharenting e sulle conseguenze della dipendenza digitale, con l’obiettivo di proteggere la salute mentale e la sicurezza dei più giovani.
La risoluzione approvata dall’Eurocamera, dove siedono 720 deputati guidati dalla presidente Roberta Metsola, ha ottenuto 483 voti favorevoli, 92 contrari e 86 astensioni, sottolineando la volontà politica di intervenire con decisione. La proposta più rilevante prevede di fissare a 16 anni l’età minima per l’uso di social media, piattaforme video e chatbot basati sull’intelligenza artificiale in tutta l’Unione. Per i ragazzi tra i 13 e i 16 anni, l’accesso resterebbe possibile solo con l’autorizzazione esplicita dei genitori.
La Commissione europea, nel frattempo, sta sviluppando strumenti tecnologici come un’app per la verifica dell’età e il portafoglio di identità digitale europeo (eID) per supportare l’applicazione di queste nuove regole. Tuttavia, gli eurodeputati guidati dalla relatrice del testo, la danese Christel Schaldemose, vicepresidente del Parlamento e figura di spicco del gruppo Socialisti e Democratici (S&D), vogliono andare oltre il solo limite anagrafico.
Misure concrete per arginare la dipendenza e lo sfruttamento commerciale
La risoluzione contiene infatti indicazioni precise per contrastare i meccanismi che rendono i social media particolarmente avvincenti e potenzialmente dannosi per i minori. Tra le principali richieste:
- Disattivazione delle impostazioni predefinite che favoriscono la dipendenza, come lo scrolling infinito, l’autoplay dei video e gli aggiornamenti continui.
- Limitazione delle tecnologie persuasive, quali la pubblicità mirata e le sponsorizzazioni degli influencer, strumenti che manipolano il comportamento degli utenti più giovani.
- Divieto del “pay-to-progress” nei videogiochi, ovvero quei sistemi che permettono ai giocatori di avanzare pagando, una pratica diffusa soprattutto tra i giovani.
- Protezione dei minori dallo sfruttamento commerciale, con il bando agli incentivi economici rivolti ai cosiddetti “bambini influencer”, fenomeno sempre più sotto la lente delle autorità.
Christel Schaldemose ha dichiarato con orgoglio: «Stiamo finalmente tracciando un limite chiaro: i servizi delle piattaforme digitali non sono pensati per i minori. Questo esperimento finisce qui». Un monito diretto alle grandi aziende tecnologiche globali, spesso accusate di anteporre il profitto alla sicurezza degli utenti più vulnerabili.

Parallelamente alle iniziative europee, anche in Italia si sta intensificando il dibattito sul fenomeno dello sharenting, ovvero la pratica dei genitori che condividono foto e video dei propri figli minorenni sui social media senza il loro consenso. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, guidata da Carla Garlatti, ha già sollevato la questione presso la presidenza del Consiglio, chiedendo un intervento legislativo per tutelare la privacy e l’identità digitale dei minori.
Questo fenomeno espone i bambini a rischi gravi, come la diffusione incontrollata dei dati personali, casi di adescamento, cyberbullismo e persino utilizzo improprio delle immagini a fini pedopornografici. Si stima che il 98% dei genitori italiani presenti su Facebook pubblichi foto dei figli, spesso inconsapevoli delle conseguenze a lungo termine.
Anche il Garante per la privacy, Pasquale Stanzione, ha evidenziato come la condivisione non autorizzata possa creare tensioni nel rapporto genitori-figli e ha invitato gli adulti a essere più consapevoli dei pericoli legati alla permanenza online delle immagini dei minori. Il Garante suggerisce strumenti di protezione come la pixellatura dei volti o la limitazione della visibilità delle foto ai soli contatti fidati.
Il difficile equilibrio tra lotta agli abusi e tutela della privacy
Nel contesto europeo, resta aperto il dibattito anche sul regolamento UE sul chat control per contrastare gli abusi sessuali sui minori (CSAM). Pur condividendo l’obiettivo di prevenire tali reati, l’Italia si è astenuta nel voto sulla posizione negoziale, esprimendo preoccupazioni riguardo a possibili violazioni della privacy e della segretezza delle comunicazioni.
La sfida per gli Stati membri sarà trovare un equilibrio tra la necessità di proteggere i più giovani e il rispetto dei diritti fondamentali, tema che sarà al centro delle prossime negoziazioni in sede europea.



