A pochi giorni dal suo ottantaquattresimo compleanno, Wanna Marchi ha deciso di raccontare per la prima volta i dettagli più crudi della sua esperienza carceraria. In una lunga intervista rilasciata al settimanale Gente, l‘ex regina delle televendite non ha risparmiato nulla: dalle sevizie psicologiche quotidiane alla visita imbarazzante di Daniela Santanchè, fino alle dinamiche di sopravvivenza tra le mura di alcuni dei peggiori istituti di pena italiani.
Il 2 settembre 2026 Wanna Marchi compirà 84 anni e festeggerà con una grande festa organizzata da un amico carissimo, che condivide la stessa data di nascita. Duecento invitati per celebrare una donna che, nonostante tutto, continua a rimanere nell’immaginario collettivo degli italiani come un personaggio divisivo ma indelebile. “Se fosse per me, non festeggerei”, confessa con quella schiettezza che l’ha sempre contraddistinta. Poi aggiunge, con una punta di sfida: “Non ho intenzione di morire: ho tante cose da fare”.
E di cose da fare, effettivamente, ne ha parecchie. Tra pittura, spettacoli teatrali in giro per l’Italia con Giuseppe Cruciani e ospitate come cuoca nei ristoranti che la richiedono, la Marchi non si è mai fermata. “Sono una brava cuoca. Il mio forte sono i tortellini“, assicura, rivendicando con orgoglio le sue capacità ai fornelli, che l’hanno vista cucinare cene per novanta persone a casa del marchese Attilio Capra de Carré, suo ex socio.
Tra le sue frequentazioni illustri spiccano nomi che raccontano un mondo fatto di contrasti: dall’amicizia con Marcello Dell’Utri, conosciuto proprio durante una di quelle cene esclusive, a Vittorio Feltri, con cui si è vista a cena poche settimane fa. “Un signore, colto”, dice di Dell’Utri, mentre di Feltri parla con affetto e stima. Un universo sociale che stride con le sue origini contadine e popolari, ma che la Marchi ha sempre frequentato senza reverenza né sudditanza. “Sono simpatica? Il mondo che dice lei è un mondo falso. Pieno di leccaculo. Ma io no: non ho mai chiesto un favore”, taglia corto.
Ma è quando si parla di carcere che l’intervista prende una piega drammatica e rivelatrice. Wanna Marchi è stata condannata in via definitiva nel 2009 a nove anni e sei mesi per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, insieme alla figlia Stefania Nobile. In tutto, ha trascorso circa tre anni dietro le sbarre, tra Bologna, Roma e Milano, prima di ottenere la semilibertà, l’affidamento in prova e infine l’indulto che l’ha riportata definitivamente in libertà alla fine del 2015.
“È la prima volta che ne parlo”, premette, prima di immergersi nei ricordi più dolorosi. “Uno pensa che il carcere femminile sia più leggero. Ma è il peggiore”. Psicologicamente, spiega, le guardie fanno di tutto per far crollare le detenute. La pratica più vessatoria si chiama battitura: “Alla mattina ti svegliano con la battitura: battono il manganello contro le inferriate delle celle, più volte su e giù. Una sevizia psicologica. Lo fanno tre, cinque, anche dieci volte al giorno, dipende da quanto ti vogliono molestare“.
Un metodo di controllo pensato per logorare la resistenza emotiva, per piegare chi ancora ha la forza di ribellarsi o semplicemente di mantenere la propria dignità. “Ci sono delle regole che impari stando dentro: non devi mai chiedere perché una persona è lì. Vedi di tutto, ma io e mia figlia ci siamo sempre fatte gli affari nostri. E poi devi darti dei ritmi: alzarti, lavarti, andare a lavorare. La galera è una esperienza che ti cambia la vita. È un incubo, una prova. Però devo dire che forse mi ha anche formata“.
Tra i ricordi più duri spicca il trasferimento dal carcere di Bologna a quello di Roma. “Nel tragitto mi han tenuto nel blindo con le manette, eravamo cinque o sei, ammanettati. Ci fermiamo in un altro carcere per prendere qualcun altro e chiedo di andare in bagno. Avevo tutte le gambe gonfie, i capillari rotti. Dico: ‘Almeno toglietemi le manette, come faccio altrimenti?’. E loro: ‘Ce la fai, ce la fai’“. Quando scende dal mezzo, la scena che si presenta è surreale: agenti con il mitra spianato, come se stessero scortando un criminale di guerra. “Ma voi avete visto dei gran film di guerra!”, sbotta la Marchi, incapace di trattenere la rabbia. La risposta è un secco “Stai zitta!”, ma lei non si piega: “Eh no, io parlo. Cosa fate, mi arrestate?”.
Il ricordo è ancora vivido e doloroso: “Mi ricordo che a uno gli ho detto: ‘Potrei essere non tua madre, ma tua nonna e mi vergognerei’. Sono cattivi. Io dei buoni che fanno quel lavoro lì non ne ho conosciuti”. Bologna viene ricordato come il peggiore dei carceri, mentre per San Vittore, a Milano, Wanna riserva parole sorprendentemente positive. “È stato il migliore. Grazie al direttore Luigi Pagano: c’era il lavoro dentro, facevi tante cose. Io ero nelle cucine, dalla mattina alla sera. È un uomo al quale andrebbe dedicata una piazza“. Un modello virtuoso di gestione carceraria che, secondo la Marchi, ha fatto la differenza nella sopravvivenza psicologica delle detenute.
A un certo punto, l’amministrazione penitenziaria decise di separare madre e figlia, spedendo Stefania Nobile al carcere di Pisa. “Lo hanno fatto per farci crollare. Ma io non mi ammazzerò mai. Non ho mai preso un sonnifero. Mia figlia poverina l’hanno spedita a Pisa”. Ed è proprio Stefania a sollevare il velo su una delle pratiche più diffuse e controverse del sistema carcerario italiano: “L’80% della popolazione carceraria prende gli psicofarmaci. Fa comodo: così non chiami, non chiedi niente, non rompi”. Un meccanismo di controllo chimico che mantiene l’ordine ma devasta le vite e le menti di chi dovrebbe invece essere recuperato e reinserito nella società.
Wanna Marchi: “Santanchè venne in visita ufficiale in carcere, era mezza nuda. Rosa Bazzi? Non farebbe male a una mosca” La figlia Stefania Nobile non vede l’ora che arrestino Corona: “E’ un pezzo di m…” #WannaMarchi #StefaniaNobile #Carceri #DanielaSantanchè #FabrizioCorona… pic.twitter.com/ATF73Z0a9E
— Il Tempio News (@IlTempioNews) August 28, 2026
Tra gli aneddoti più clamorosi dell’intervista spicca quello relativo alla visita ricevuta in carcere da Daniela Santanchè, attuale ministra del Turismo del governo Meloni. “Venne in veste ufficiale. Ma era mezza svestita: che vergogna, signora. Me la ricordo ancora: una donnona alta, con questi pantaloni di pizzo bianchi trasparenti, tutta svestita. Sembrava… vabbè lasciamo stare. Ma dico, una politica: così va in giro? Mia figlia le ha detto di andarsene, che non volevamo vederla”. Un ricordo che la Marchi custodisce con evidente disapprovazione, sottolineando l’inadeguatezza di quell’abbigliamento in un contesto istituzionale e in un luogo di pena.
Nonostante le sofferenze e le umiliazioni, Wanna Marchi ha saputo trovare anche momenti di umanità profonda. Le zingarelle, come le chiama lei, sono diventate il simbolo della bontà che può sopravvivere anche nel posto più buio. “Sono innamorata di loro, sono le persone più buone che esistono sulla faccia della Terra. Di cuore”. Racconta di Costana, una giovane rom che ogni giorno, al ritorno dall’ora d’aria in cortile, portava a Stefania un sassolino o un fiorellino, perché la figlia non poteva muoversi a causa dell’artrite reumatoide. “Le chiedevo: ‘Costana, ma tu quando esci di qua che cosa è che vorresti fare?’. E lei: ‘Dormire sotto le stelle’. Allora io le dicevo: ‘Tu cercami, che quando siamo fuori, a dormire sotto le stelle, ci andiamo tutte e due’. Magari è ancora là“.
Il ritorno alla libertà ha riservato a Wanna Marchi un’ulteriore sorpresa, stavolta di natura sociale e culturale. “In macchina con mio marito arriviamo a Milano, vedo in giro tutti questi neri, prima non c’erano, e dico: ‘Ossignore ma dove siamo Francesco? Ma siamo in Italia?’. Questo non è più il mio Paese, ma ormai è tardi per andare via”. Un senso di spaesamento che racconta il gap temporale e culturale vissuto da chi ha trascorso anni fuori dal mondo, ritrovandosi poi in una realtà profondamente mutata.
Nel frattempo, mentre Wanna ha riconquistato la libertà e una nuova notorietà grazie al documentario Netflix Wanna del 2022, uno dei più visti quell’anno, la figlia Stefania ha dovuto affrontare nuovi guai giudiziari. Nel 2025, insieme all’ex compagno Davide Lacerenza, è finita nei guai per la gestione della Gintoneria, tra presunti giri di cocaina e prostituzione. Entrambi hanno patteggiato: Stefania svolge ora lavori di pubblica utilità alla Protezione civile, mentre Lacerenza è in carico al Sert per disintossicarsi dalla cocaina.
A proposito di frequentazioni finite male, Wanna e Stefania non hanno risparmiato critiche durissime a Fabrizio Corona, con cui avevano collaborato per sei mesi. “Non vedo l’ora che lo arrestino“, sbotta Stefania. “Corona con me è stato veramente cattivo: ci ho lavorato sei mesi, ho assunto suo figlio nel mio locale, lo conosco da quando è nato. E poi si è comportato così. Tutti i giorni passava alla Gintoneria, tutte le sere telefonava a mia madre, la chiamava mamma. Lo conosco bene: è davvero un pezzo di merda“. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni e che raccontano l’ennesimo tradimento subito da una famiglia abituata a navigare in acque torbide.
