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Una scoperta amara quella della domenica mattina dell’11 maggio 2026, quando Giovanni Gioia e Vincenzo Mola, proprietari di una delle più importanti collezioni private dedicate a Raffaella Carrà, si sono trovati davanti a un’assenza che ha spezzato il cuore prima ancora che scattasse l’indignazione: erano state rubate Due cinture, due accessori a cui erano molto legati. Ma alla fine, tutto si è risolto nel migliore dei modo.

La mostra “Rumore”, allestita alla Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto dal 18 aprile al 10 maggio, aveva accolto migliaia di visitatori desiderosi di immergersi nell’universo estetico e culturale di una delle icone più amate del nostro paese. Trenta abiti provenienti dalla collezione di Gioia e Mola, custodi di un archivio che conta circa 350 costumi indossati dalla Carrà tra il 1976 e il 2012, erano stati esposti con l’obiettivo di raccontare non solo la carriera artistica della regina della televisione, ma il suo impatto profondo sulla società italiana.

Durante le operazioni di disallestimento, nell’ultima giornata di esposizione, i due collezionisti hanno notato che mancavano proprio quelle cinture: una apparteneva a un abito del 2006 indossato da Raffaella nel programma “Amore”, l’altra faceva parte di un costume utilizzato nella prima puntata della quarta edizione di “Carramba che fortuna” del 2008. Entrambe impreziosite da applicazioni originali in cristalli Swarovski, costituivano parti inscindibili di manufatti sartoriali unici, immediatamente riconducibili alla storia artistica dell’artista.

Non si tratta semplicemente di accessori“, hanno spiegato Gioia e Mola subito dopo la scoperta. “Quegli abiti raccontano la televisione italiana, l’evoluzione del costume e il percorso artistico di una donna che ha cambiato il linguaggio dello spettacolo. Il danno che abbiamo subito è soprattutto culturale ed emotivo“.

Ma la storia non finisce qui. Perché a volte, anche nelle pieghe più oscure dell’animo umano, può emergere un barlume di coscienza. Il 14 maggio, pochi giorni dopo il furto, un pacco è stato recapitato agli uffici comunali di San Benedetto del Tronto. All’interno, perfettamente intatte, le due cinture rubate. I responsabili del gesto, il cui numero e identità rimangono ancora sconosciuti, si sono pentiti e hanno scelto di tornare sui propri passi, restituendo il bottino ai legittimi proprietari.

Per noi questa collezione non è un lavoro, ma un gesto d’amore verso Raffaella e verso ciò che ha rappresentato per la cultura italiana“, hanno dichiarato Gioia e Mola alla notizia del ritrovamento. “Sapere che questi pezzi sono stati restituiti ci riempie di gioia e ci restituisce serenità“. I due collezionisti hanno espresso gratitudine verso chi ha compiuto il gesto di restituzione, riconoscendo in esso un segnale importante: “Riconoscere un errore e trovare la forza di tornare sui propri passi è qualcosa che appartiene alla parte più autentica della coscienza umana. Siamo riconoscenti verso chi ha scelto di restituire le cinture. È un segnale importante, che dimostra come il senso di responsabilità possa ancora prevalere“.

Una vicenda che si chiude nel migliore dei modi possibili, restituendo non solo due oggetti materiali ma anche un briciolo di fiducia nell’umanità. Le cinture di Raffaella Carrà, cariche di cristalli e di storia, tornano dove appartengono: in una collezione che continua a custodire la memoria di una donna che ha saputo essere, prima di tutto, libera.

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