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A leggerla così sembra uno scioglilingua, una parola inventata, quasi infantile: “anouonauei”. Eppure per chi è stato adolescente tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila basta pronunciarla per tornare a Capeside, alle stanze tappezzate di poster, ai pomeriggi davanti a Italia Uno. Non è inglese, non è italiano, non è corretta. Ma è memoria pura. Dietro quella storpiatura si nasconde il cuore emotivo di Dawson’s Creek, una serie che ancora oggi continua a parlare – tra nostalgia, ritorni in streaming e addii che fanno male.

Per capire cosa significa davvero “anouonauei” bisogna tornare alla sigla originale di Dawson’s Creek. Il brano scelto per le prime stagioni era “I Don’t Want to Wait”, interpretato da Paula Cole. Il ritornello recita: “I don’t want to wait for our lives to be over”, cioè “Non voglio aspettare che le nostre vite finiscano”. Cantata con enfasi e con parole che si fondono tra loro, quella frase risultava per molti adolescenti italiani difficilmente comprensibile. Senza una piena familiarità con l’inglese, all’orecchio arrivava qualcosa di simile ad “anouonauei”. Una trascrizione istintiva, imperfetta, ma potentissima.

Col tempo quella storpiatura è diventata un simbolo. Scrivere “anouonauei” significa evocare immediatamente Dawson Leery, Joey Potter, Pacey Witter, Jen Lindley, Jack, Andy, Audrey. Significa ricordare le discussioni infinite su amore e destino, le insicurezze, i primi rifiuti, le amicizie che sembravano eterne. È una parola che non ha valore linguistico, ma possiede un valore emotivo enorme. È la madeleine proustiana di una generazione.

La serie è stato l’emblema degli anni Novanta. L’ultimo decennio con un’identità compatta, prima della frammentazione degli anni zero. In quel contesto Dawson’s Creek era un baluardo del romanticismo televisivo, un simbolo nineties resistente come i Nirvana, MTV, il Tamagotchi, il Game Boy, Non è la Rai. Ha riscritto le coordinate del teen drama influenzando tutto ciò che sarebbe arrivato dopo: non esisterebbero The O.C., One Tree Hill, Gossip Girl o Riverdale senza quella rivoluzione narrativa fatta di dialoghi intensi e riflessioni esistenziali.

Nel 2021 la serie è tornata disponibile su Netflix, dal 15 gennaio, aprendo le porte a un pubblico nuovo. È possibile parlarne oggi senza sembrare anacronistici? Sì, perché quelle angosce e quelle illusioni non sono mai davvero scomparse. Le promesse disilluse ed eternamente rimandate di felicità, l’“I Don’t Want to Wait” che suona come un presagio malinconico, restano incredibilmente attuali in un’epoca dominata da TikTok e dalla bulimia da serie tv.

Il protagonista, interpretato da James Van Der Beek, era un sognatore spielberghiano, petulante e idealista, che parlava solo di temi alti. La recente scomparsa dell’attore ha riportato alla memoria proprio quel verso sulla vita e sull’attesa, rendendo “anouonauei” ancora più carico di nostalgia. Non è solo la fine di una serie cult: è il modo in cui una generazione saluta un volto che l’ha accompagnata nella crescita.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.