X

Il velo di anonimato che ha protetto per decenni l’identità di Banksy potrebbe essere finalmente caduto. Reuters ha pubblicato un’inchiesta monumentale che rivendica di aver scoperto il volto e il nome reale dell’artista di strada più celebre e sfuggente del pianeta: si tratterebbe di Robin Gunningham, nativo di Bristol, che avrebbe successivamente cambiato il proprio nome in David Jones. L’indagine, intitolata In Search of Banksy e firmata dai giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison, rappresenta il culmine di mesi di ricerche sul campo, analisi documentali e interviste. Un lavoro che ha portato i reporter dall’Ucraina devastata dalla guerra fino agli archivi giudiziari di New York, passando per i vicoli di Bristol dove tutto ebbe inizio.

La questione dell’identità di Banksy non è mai stata semplice folklore da appassionati d’arte. Per anni, teorie e speculazioni si sono rincorse: c’è chi ha sospettato di Robert Del Naja, frontman dei Massive Attack, artista a sua volta con una storia nel mondo dei graffiti e posizioni politiche sovrapponibili a quelle espresse nei murales di Banksy. L’inchiesta di Reuters affronta direttamente questa teoria, smontandola con precisione chirurgica. Del Naja si trovava effettivamente in Ucraina nel 2022, lo stesso periodo in cui Banksy ha realizzato alcuni dei suoi murales più toccanti nelle zone martoriate dal conflitto. Ma i giornalisti hanno documentato la presenza di un altro uomo accanto al musicista: un individuo che corrisponderebbe proprio a Robin Gunningham. Le testimonianze raccolte in loco, insieme a fotografie che ritraggono questo misterioso accompagnatore mentre interagisce con i residenti locali, costituiscono uno dei pilastri dell’inchiesta.

Ma c’è di più. Reuters ha riportato alla luce una vicenda del 2000, quando un uomo fu arrestato a New York per graffitismo. Tra i documenti dell’arresto figura una confessione scritta a mano, firmata. Quel nome sulla confessione, secondo i reporter, corrisponde a quello di Robin Gunningham. Un dettaglio che aggiunge un tassello cruciale al mosaico. Un altro elemento chiave proviene dalla rottura con Peter Dean Rickards, fotografo giamaicano che avrebbe pubblicato immagini del volto di Banksy, scatenando tensioni legali e minacce di cause. Quelle fotografie, secondo Reuters, mostrano Gunningham. L’inchiesta non si basa solo su indizi contemporanei. Riprende e approfondisce un reportage del 2008 pubblicato dal Mail on Sunday, che per primo aveva identificato Gunningham come il possibile volto dietro lo pseudonimo. All’epoca, quella rivelazione non aveva mai ricevuto una conferma definitiva né era stata seguita da prove sufficientemente solide da chiudere il caso. Reuters sostiene di aver colmato quel vuoto.

La reazione del team legale di Banksy non si è fatta attendere. Mark Stephens, avvocato dell’artista, ha inviato una lettera formale a Reuters, contestando la veridicità di molte delle informazioni contenute nell’inchiesta. Stephens ha sostenuto che la pubblicazione violerebbe la privacy del suo cliente, interferirebbe con il suo lavoro artistico e, cosa forse più grave, lo metterebbe in pericolo. La difesa dell’anonimato, secondo l’avvocato, non è un capriccio narcisistico ma una questione di interesse pubblico: “Lavorare in forma anonima o sotto pseudonimo serve interessi sociali vitali. Protegge la libertà di espressione permettendo ai creatori di dire la verità al potere senza temere ritorsioni, censura o persecuzione“. Un argomento che tocca corde profonde, soprattutto in un’epoca in cui artisti, giornalisti e attivisti affrontano crescenti pressioni e minacce.

Reuters ha risposto a queste obiezioni rivendicando il diritto del pubblico a conoscere l’identità di una figura che ha esercitato un’influenza così profonda sulla cultura contemporanea, sull’industria dell’arte e sul dibattito politico internazionale. L’agenzia ha valutato i rischi e ha deciso di pubblicare comunque, ritenendo che l’interesse generale prevalesse sulle ragioni della privacy. La carriera di Banksy è costellata di opere iconiche che hanno ridefinito i confini dell’arte urbana. Chi non ricorda Girl With Balloon, il murales della bambina che lascia volare un palloncino rosso a forma di cuore, divenuto simbolo di speranza e perdita. Quel dipinto è stato protagonista di uno dei colpi di scena più spettacolari nella storia delle aste d’arte: nel 2018, pochi istanti dopo essere stato battuto da Sotheby’s a Londra per oltre un milione di sterline, un meccanismo nascosto nella cornice ha triturato parzialmente l’opera sotto gli occhi attoniti dei presenti. Il gesto, orchestrato dallo stesso Banksy, ha trasformato il quadro in Love Is in the Bin, che è stato rivenduto nel 2021 per oltre 25 milioni di dollari.

Secondo l’inchiesta di Reuters, un uomo che somiglia a Gunningham era presente in sala durante l’asta del 2018, mescolato al pubblico, osservando le reazioni al momento della distruzione. Un dettaglio che, se confermato, aggiungerebbe un ulteriore strato di teatralità alla vicenda. L’ultimo lavoro di Banksy a fare scalpore è comparso a settembre dello scorso anno: un murale intitolato Royal Courts of Justice, dipinto proprio davanti ai tribunali reali di Londra, raffigurante un giudice che attacca con il martelletto un manifestante disarmato. L’opera è stata interpretata come una denuncia contro la repressione delle proteste filo-palestinesi nel Regno Unito, in un periodo di crescente tensione sociale. Come spesso accade, l’opera è stata rapidamente rimossa dalle autorità.

Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più spinose legate all’anonimato di Banksy. Nel Regno Unito, i graffiti realizzati senza permesso su proprietà pubbliche o private sono illegali. Eppure, mentre writer meno famosi rischiano arresti e multe, Banksy sembra godere di una sorta di immunità mediatica e culturale. Alcuni colleghi graffitari, intervistati da Reuters, hanno espresso frustrazione per questa disparità di trattamento: Banksy sarebbe riuscito a sottrarsi alle conseguenze legali grazie proprio al suo anonimato e alla sua fama, mentre altri artisti di strada pagano il prezzo della loro arte. La questione solleva interrogativi complessi. L’anonimato protegge Banksy dalle ritorsioni delle autorità, ma gli consente anche di operare al di fuori delle regole che vincolano chiunque altro. È una libertà giustificata dal valore culturale delle sue opere o rappresenta un privilegio ingiusto. E ancora: una volta svelata l’identità, cambierà qualcosa nel modo in cui percepiamo il suo lavoro.

L’arte di Banksy ha sempre prosperato nell’ambiguità, nel contrasto tra il gesto illegale e il messaggio universale, tra la marginalità dei muri urbani e le sale dorate delle case d’asta. Sapere chi si nasconde dietro lo spray potrebbe dissolvere parte di quella magia, oppure potrebbe semplicemente spostare la conversazione dal mito alla persona, dall’icona all’individuo. Per ora, Banksy non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche. Il silenzio, del resto, è stato per anni la sua firma più riconoscibile, insieme alla stencil e allo humour nero. Se Robin Gunningham è davvero l’uomo dietro la maschera, resta da vedere se deciderà di uscire allo scoperto o se continuerà a far parlare solo le sue opere, lasciando che il dibattito sulla sua identità alimenti ulteriormente il mito.

Condividi.

Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.