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Quando la guerra si sposta online, le immagini diventano armi potenti quanto i missili. Un video in stile Lego diffuso dagli apparati mediatici iraniani racconta il conflitto in Medio Oriente attraverso un linguaggio visivo semplice ma fortemente simbolico. Il filmato, trasmesso anche dalla tv di Stato di Teheran e poi condiviso sui social, mostra una narrazione polarizzata degli eventi e ha ottenuto decine di migliaia di interazioni. Non è un cartone pensato per intrattenere, ma un esempio di comunicazione politica costruita per influenzare opinioni e dibattito internazionale. Analizzarlo aiuta a capire come funziona oggi la propaganda digitale e perché è importante sviluppare spirito critico.

Il video, lungo circa due minuti, rientra in una fase di intensa guerra comunicativa parallela al conflitto militare tra Iran, Stati Uniti e Israele. Dopo gli attacchi del 28 febbraio, che secondo quanto riportato hanno innescato l’escalation regionale, l’Iran ha affiancato alle azioni militari una strategia narrativa diffusa attraverso media ufficiali e social network. L’obiettivo dichiarato è raccontare la propria versione degli eventi in modo immediato e facilmente condivisibile anche a livello internazionale.

La struttura del filmato segue uno schema chiaro. In apertura compaiono versioni in stile Lego del presidente degli Stati Uniti e del primo ministro israeliano, insieme a una figura demoniaca. I personaggi osservano un album intitolato “Epstein files”. La scena suggerisce una connessione simbolica tra i protagonisti e quel riferimento, inserito nel contesto narrativo per rafforzare il messaggio politico. Successivamente, la rappresentazione mostra Trump che preme un pulsante rosso, dando il via alla guerra, e lancia un missile tra le nuvole. Il proiettile colpisce quella che appare come un’aula scolastica con bambine con il velo rosa e un’insegnante sorridente. La lavagna riporta la frase “La mia patria è la mia vita”. Dopo l’impatto, lo schermo si oscura.

Nella scena seguente compaiono tra le macerie uno zaino e un paio di scarpe rosa, simboli usati per evocare la presenza di una bambina. Un funzionario iraniano in versione Lego raccoglie la borsa, piange e poi trasforma il dolore in rabbia. Questo passaggio introduce la risposta militare nella narrazione. Con una colonna sonora nazionalista, il video mostra le Guardie Rivoluzionarie iraniane mentre reagiscono attaccando interessi statunitensi e israeliani nella regione.

La rappresaglia viene presentata come conseguenza diretta dell’aggressione iniziale, secondo la prospettiva del racconto. Il filmato si chiude con un messaggio dedicato alla memoria delle studentesse di Minab uccise, descritte come martiri per mano di “terroristi sionisti e americani”. Questa formulazione evidenzia la natura fortemente politica e accusatoria del contenuto.

Un elemento rilevante non riguarda solo il video, ma anche le reazioni online. Sui social e nelle piattaforme di commento di testate giornalistiche sono apparsi interventi che hanno sostenuto apertamente la narrazione iraniana, con frasi che definivano il contenuto “accurato” o “più che propaganda”. Questo fenomeno mostra come la propaganda possa produrre effetti anche indiretti, alimentando il cosiddetto benaltrismo, cioè la tendenza a spostare sempre il confronto su un “altro problema” invece di analizzare criticamente il messaggio.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.