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Doveva essere una campagna celebrativa, un modo per ricordare agli studenti del futuro che grandi carriere sono nate proprio tra le aule dell’Università di Torino. Invece, nel giro di poche ore, quei manifesti affissi per la città si sono trasformati in un caso nazionale, capace di scatenare l’indignazione di docenti, studiosi e studenti. Al centro della polemica c’è un cartellone dedicato a Primo Levi, il chimico e scrittore di origine ebraica la cui opera ha segnato indelebilmente la memoria della Shoah.

La campagna dell’ateneo torinese per le immatricolazioni all’anno accademico 2026-2027 aveva un obiettivo chiaro: mostrare come figure del calibro di Rita Levi Montalcini, Umberto Eco e appunto Primo Levi abbiano iniziato il loro percorso proprio tra i banchi di UniTo. Un messaggio positivo, almeno nelle intenzioni. Ma quando Bruno Maida, professore di Storia contemporanea, ha visto il manifesto dedicato a Levi, la sua reazione è stata immediata: “Senza parole. Pensavo fosse un fake, invece purtroppo è la mia università“.

Il testo incriminato recita: “Matricola nel 1937. Se questo è un uomo nel 1947. Anche la tua storia inizia qui“. Accompagnato dall’hashtag “abbiamo #Unito passato, presente e futuro“, il cartellone mette in relazione l’anno di iscrizione di Primo Levi all’università con la pubblicazione della sua opera più celebre, come se tra queste due date ci fosse semplicemente un percorso accademico culminato in un successo letterario. Ma è proprio questo accostamento a urtare profondamente chi conosce la storia dello scrittore torinese.

Tra il 1937 e il 1947 non c’è stata solo la formazione universitaria di un giovane studente di Chimica. In quel decennio si concentrano alcuni degli eventi più tragici della storia europea. Nel 1938 entrano in vigore le leggi razziali fasciste, che colpiscono migliaia di ebrei italiani, compresi studenti e docenti universitari. Primo Levi si laurea nel 1941, ma sul suo diploma compare la dicitura “razza ebraica“, marchio infamante imposto dalla legislazione discriminatoria del regime. Poi arrivano la persecuzione, l’arresto, la deportazione ad Auschwitz e infine il ritorno in Italia dopo la liberazione del campo.

Se questo è un uomo” non è il coronamento di una brillante carriera accademica. È il frutto di una necessità morale e spirituale: testimoniare l’orrore vissuto nei campi di sterminio nazisti. È uno dei documenti fondamentali della memoria della Shoah, non un traguardo editoriale nato sui banchi universitari. Come ha sottolineato Dario Ujetto, esperto di marketing sui social: “L’intento è nobile, ma su Primo Levi chi ha ideato e approvato questa campagna ha commesso un errore grave. Levi non divenne scrittore perché UniTo lo aveva formato bene”.

Il Coordinamento UniTo e il Coordinamento Antifascista hanno espresso la loro contrarietà con un documento in cui chiedono il ritiro immediato dei manifesti. “Stendiamo un velo pietoso sul possibile doppio senso di matricola universitaria e numero di matricola ad Auschwitz“, si legge nel testo. La critica è chiara: presentare quelle due date come un semplice prima e dopo significa cancellare simbolicamente tutto ciò che è accaduto nel mezzo, riducendo una tragedia storica a uno slogan pubblicitario.

Le reazioni non si sono fatte attendare. Bruno Maida parla apertamente di una grave caduta di stile: “Non si può utilizzare una tragedia per fare pubblicità. Mettere insieme il 1937 e il 1947 come se in mezzo non fosse accaduto nulla è una scelta profondamente sbagliata”. Lo storico precisa di non vedere cattive intenzioni dietro l’iniziativa, ma si interroga su come in un’università, luogo per eccellenza della riflessione critica, nessuno abbia colto il problema prima della pubblicazione.

La vicenda ha riaperto una discussione più ampia sul modo in cui la memoria della Shoah viene rappresentata nello spazio pubblico. Utilizzare la figura di Primo Levi richiede particolare attenzione, proprio perché la sua opera è indissolubilmente legata alla testimonianza dell’Olocausto. Qualsiasi riferimento alla sua vicenda personale dovrebbe tenere conto non soltanto del suo valore letterario, ma anche del contesto storico che ha segnato la sua esistenza e la sua scrittura.

Di fronte all’ondata di critiche, l’Università di Torino ha pubblicato una nota ufficiale in cui spiega che l’obiettivo della campagna era valorizzare il legame tra l’ateneo e alcune figure illustri che ne hanno fatto parte durante la formazione. Tuttavia, l’istituzione riconosce che “le reazioni suscitate dalla campagna evidenziano la necessità di una riflessione sulle modalità con cui questo messaggio è stato rappresentato”. L’università ha quindi annunciato una possibile revisione della campagna, con modifiche ai materiali già diffusi.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.