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Due pantaloncini per bambini della stessa età, ma basta metterli uno accanto all’altro per accorgersi che qualcosa non torna. Quello destinato ai maschi è più lungo e sembra pensato per correre, giocare e arrampicarsi; quello per le femmine lascia invece molta più pelle scoperta. È partito da un confronto apparentemente banale il video di Kat, mamma ed ex modella conosciuta sui social come Hack or Wack with D n Kat, che negli ultimi giorni ha acceso un enorme dibattito sull’abbigliamento destinato alle bambine.

La creator ha cominciato a girare tra i reparti per bambini di diverse grandi catene americane, mettendo fianco a fianco shorts, costumi e altri capi venduti per maschi e femmine della stessa fascia d’età. E quello che ha trovato l’ha spinta a chiedersi perché, già quando si parla di bambini molto piccoli, l’abbigliamento femminile debba spesso essere più corto, aderente o sgambato. Il primo video, pubblicato il 14 agosto, mostrava proprio la differenza tra alcuni costumi destinati a bambini e bambine.

Da lì Kat ha continuato la sua particolare indagine, arrivando a coinvolgere marchi e rivenditori come Old Navy, Target e Walmart. Uno dei suoi contenuti ha superato i 70 milioni di visualizzazioni in pochi giorni, trasformando quella che poteva sembrare una semplice osservazione durante lo shopping in un caso discusso ben oltre i social. A colpire è soprattutto uno dei confronti effettuati da Kat. La creator mostra un paio di shorts di jeans destinati a una bambina di cinque anni e subito dopo un modello pensato per un bambino della stessa età, molto più lungo. L’obiezione arrivata da alcuni utenti è stata quasi immediata: forse i vestiti maschili sono semplicemente più grandi perché bambini e bambine hanno corporature differenti.


Kat ha quindi controllato direttamente le etichette. Nei capi messi a confronto, le indicazioni relative ad altezza e peso previste per quella taglia erano le stesse. A cambiare era invece il taglio del vestito e, soprattutto, la quantità di tessuto utilizzata. Per rendere ancora più evidente la differenza, la creator ha utilizzato quello che definisce “inseam test”: appoggia una mano sulla parte inferiore del pantaloncino per verificare quanta superficie venga effettivamente coperta.

Un confronto particolarmente evidente nei capi destinati ai bambini più piccoli, dove alcuni modelli femminili mostrati nei video non sembrano offrire nemmeno lo stesso spazio necessario per coprire comodamente un pannolino a mutandina. E il discorso non riguarda soltanto i pantaloncini. Nei suoi video Kat ha messo a confronto anche costumi da bagno e altri capi per l’infanzia, chiedendosi perché le versioni femminili tendano così spesso ad adottare tagli più vicini a quelli dell’abbigliamento adulto, mentre nel reparto maschile prevalgono vestiti più larghi e funzionali al movimento.

La questione, del resto, non nasce oggi. Negli anni sono state lanciate diverse campagne contro l’utilizzo di codici e modelli considerati troppo adulti nell’abbigliamento infantile. Nel 2010, ad esempio, Primark ritirò nel Regno Unito alcuni bikini imbottiti destinati a bambine di sette anni dopo le polemiche suscitate dalla loro commercializzazione. Casi simili hanno successivamente coinvolto altri marchi e alimentato un dibattito che continua ancora oggi.

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La discussione sollevata da Kat, però, rischierebbe di diventare fuorviante se venisse ridotta semplicemente a quanti centimetri di pelle una bambina possa o non possa mostrare. Uno short corto o un costume a due pezzi non significano automaticamente sessualizzare chi li indossa. Il punto sollevato dalla creator riguarda piuttosto il motivo per cui, davanti a bambini della stessa età e con esigenze molto simili, l’industria continui spesso a proporre due idee così diverse di abbigliamento.

Sul tema è intervenuta anche la psicologa clinica Shahrzad Jalali, che ha spostato l’attenzione su un aspetto molto concreto: la libertà di movimento. Un bambino che corre, sale su uno scivolo, va in bicicletta o si siede per terra dovrebbe poterlo fare senza preoccuparsi continuamente di sistemare ciò che indossa. Secondo Jalali, un capo che limita i movimenti o che costringe a pensare continuamente a come si presenta sul corpo può sottrarre parte di quella libertà.

La psicologa invita per questo a non trasformare il problema in una nuova forma di controllo sul corpo delle bambine. Piuttosto che dire loro che un vestito mostra “troppo”, il consiglio è concentrarsi su domande molto più semplici: è comodo? Permette di correre, arrampicarsi e giocare liberamente? La bambina si sente bene mentre lo indossa? In questo modo l’attenzione passa dall’aspetto del corpo a ciò che quel corpo è libero di fare.

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Come spesso accade quando un video raggiunge numeri simili, la denuncia di Kat ha diviso profondamente i social. Molte madri hanno raccontato di acquistare già vestiti nel reparto maschile proprio perché considerati più comodi per le figlie. Altri utenti hanno invece accusato la creator di esagerare il problema e di trasformare la lunghezza di un paio di pantaloncini in una questione morale che non dovrebbe esistere.

Ed è probabilmente proprio qui che si trova il punto più interessante della discussione. Il problema non è stabilire come debba vestirsi una bambina, né creare una sorta di centimetro ideale con cui misurare ogni pantaloncino. La domanda sollevata da quei video è molto più semplice: se bambini e bambine della stessa età corrono, saltano, giocano e si arrampicano nello stesso modo, perché i vestiti pensati per loro devono essere così diversi?

Per il momento Old Navy, Target e Walmart non hanno fornito una risposta pubblica alle richieste di commento riportate dalla stampa americana. La discussione, intanto, ha ormai superato i confini degli Stati Uniti. E forse il motivo per cui quei semplici pantaloncini sono riusciti a generare decine di milioni di visualizzazioni è proprio questo: una volta messi uno accanto all’altro, è difficile non chiedersi perché ci sia quella differenza.

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Classe 1991, scrive sul web da oltre dieci anni, trasformando la passione per i videogiochi e la cultura pop in una professione. Nel corso della sua carriera ha collaborato con alcuni dei principali siti italiani dedicati al mondo videoludico, trovando in Game-eXperience la sua casa per molti anni. Nel 2021 ha perfezionato il proprio percorso frequentando un corso di giornalismo online, consolidando l'esperienza maturata sul campo. Dal 2023 fa parte del gruppo editoriale Digital Dreams e, dall'inizio del 2026, scrive per CastleRock, ScreenWorld e BadTaste, occupandosi di videogiochi, cinema, serie TV e attualità legata al mondo dell'intrattenimento.