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Nel giro di poche settimane, il nome di Arsene Mukendi è passato da nicchia social a caso di studio globale sul futuro della musica. Molti lo hanno scoperto ascoltando una versione intensa e struggente di Papaoutai, convinti fosse una sua interpretazione autentica. Solo dopo è emersa la verità: quella voce così credibile non era stata cantata da lui. Il caso Mukendi è diventato emblematico perché mette insieme identità artistica, intelligenza artificiale, piattaforme digitali e una domanda centrale: cosa stiamo davvero ascoltando quando premiamo “play”? Arsene Mukendi è un cantante e content creator che ha costruito la propria riconoscibilità grazie a una presenza vocale e visiva molto marcata.

La sua popolarità iniziale in Francia arriva con The Voice France, dove il pubblico impara ad associare il suo volto a un certo timbro emotivo, caldo e riconoscibile. Proprio questa associazione diventerà decisiva nel rendere credibile, agli occhi e alle orecchie di milioni di utenti, una performance che in realtà non aveva mai registrato. Nel dicembre 2025 inizia a circolare online una versione alternativa di Papaoutai, storico brano di Stromae. Il pezzo, ribattezzato Papaoutai (Afro Soul Version), rielabora la traccia originale trasformandola da dance-pop ad alto ritmo in una ballad Afro Soul e Afro House, più lenta, orchestrale e carica di pathos. Cori solenni, archi, war drums e pause studiate amplificano il dolore già presente nel testo, scritto da Stromae pensando al padre ucciso durante il genocidio in Ruanda.

L’effetto emotivo è potentissimo. La voce che canta non è quella di Stromae, ma sembra appartenere ad Arsene Mukendi. In realtà si tratta di una voce generata dall’intelligenza artificiale, creata dal trio di producer digitali Chill77, Unjaps e mikeeysmind, che hanno utilizzato modelli vocali per simulare il timbro di Mukendi. Il brano viene caricato ufficialmente sulle piattaforme ed esplode: milioni di stream su Spotify, ingresso nelle classifiche globali, utilizzo massiccio su TikTok, Instagram e YouTube Shorts. A rendere il tutto ancora più convincente è un video pubblicato dallo stesso Mukendi: una performance cinematografica in cui appare mentre canta il brano, in lip-sync.

L’estetica è minimale, emotiva, credibile. Per molti utenti, quel video è la prova definitiva che la cover sia reale. Solo in un secondo momento Mukendi chiarisce pubblicamente che non ha mai inciso quella versione e che la performance vocale è stata interamente generata dall’AI. Allo stesso tempo, riconosce la qualità tecnica del risultato, senza però nascondere il disagio per l’equivoco creato. Il caso Mukendi diventa virale non solo per il suono, ma per il cosiddetto “uncanny factor”: la sensazione disturbante di trovarsi davanti a qualcosa che sembra umano in tutto e per tutto, ma non lo è. Moltissimi ascoltatori non riescono a distinguere la voce artificiale da una vera. Un dato rafforza questa percezione: un sondaggio Deezer-Ipsos del 2025 rivela che il 97% degli intervistati non è in grado di riconoscere con affidabilità la musica generata interamente dall’intelligenza artificiale.

Qui entra in gioco un tema cruciale: la trasparenza. Papaoutai (Afro Soul Version) viene spesso fruita senza alcuna indicazione chiara che segnali l’uso dell’AI. Deezer è l’unica grande piattaforma ad aver introdotto un sistema di etichettatura per i contenuti generati artificialmente, mentre altrove queste tracce vengono integrate negli algoritmi come se fossero equivalenti a produzioni umane. Spotify, pur dichiarando di non promuovere né penalizzare musica AI, è stata criticata per aver normalizzato questo tipo di contenuti, anche quando sfiorano l’impersonificazione emotiva. Il problema non è solo legale, ma identitario. Papaoutai è una canzone profondamente personale, legata a un lutto reale.

Quando una voce artificiale ne replica il dolore con precisione quasi perfetta, la domanda diventa inevitabile: cosa significa provare emozione per un dolore che non appartiene a nessuno? E che ruolo ha l’artista umano, se la sua identità può essere simulata, riutilizzata e monetizzata senza un atto creativo diretto? Il caso Arsene Mukendi si inserisce in un ecosistema musicale già fragile, in cui gli artisti competono per visibilità e ricavi sempre più ridotti. Le stime indicano che entro il 2028 la musica generata dall’AI potrebbe rappresentare circa il 20% dei ricavi da streaming e fino al 60% di quelli legati alle librerie musicali. Le grandi etichette hanno già iniziato a muoversi tra cause legali e accordi commerciali con le aziende di AI, suggerendo che il conflitto non è tra tecnologia e industria, ma su chi ne controllerà i benefici.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.