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Ci sono luoghi che non sono semplici edifici, sono contenitori di memoria, custodi di un patrimonio collettivo che trascende mattoni e cemento. Il Teatro delle Vittorie di Roma è uno di questi: un tempio della televisione italiana dove sono nati programmi leggendari, dove hanno calcato il palco mostri sacri come Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Mina, Adriano Celentano. Eppure, nonostante questa storia gloriosa, la Rai ha deciso di metterlo in vendita, una notizia che scatenato una reazione immediata da chi lo considera intoccabile. E tra questi troviamo anche Fiorello.

Lo showman siciliano non si è limitato a un commento social di circostanza: ha deciso di agire ed in modo concreto. In un video pubblicato su Instagram il 27 aprile 2026, Fiorello compare davanti all’ingresso del Teatro delle Vittorie insieme al collega Biggio. Nelle loro mani, due cartelli con scritte inequivocabili: “Questo teatro non è in vendita” e “Questo teatro non si dovrebbe vendere“. Un gesto simbolico ma carico di significato, un vero e proprio atto di resistenza culturale che richiama l’attenzione su una questione che va ben oltre la semplice gestione immobiliare.

È un crimine contro la storia dello spettacolo italiano“, dichiara Fiorello nel video, con quel mix di ironia e serietà che lo contraddistingue. “Questo teatro non si dovrebbe vendere, non si dovrebbe neanche pensare di venderlo, per quello che si è vissuto là dentro, per il grande varietà, i grandi Fantastico di Pippo Baudo, e poi Raffaella Carrà, Mina. Tutti i grandi dello spettacolo sono stati qua dentro“.


L’iniziativa di Fiorello arriva dopo l’appello lanciato da Renzo Arbore in un’intervista a Il Messaggero del 26 aprile, nella quale il maestro della televisione italiana definiva “avvilente” la scelta di vendere il teatro. Arbore aveva persino invitato Fiorello a trasferire proprio lì il suo format “La Pennicanza“, trasformando quello che potrebbe diventare un problema in un’opportunità creativa. L’idea, al di là della sua fattibilità pratica, conteneva un messaggio chiaro: i luoghi della cultura vanno abitati, utilizzati, rivitalizzati. Non svuotati e venduti al miglior offerente.

Ma cosa ha portato la Rai a questa decisione? Secondo la nota ufficiale diffusa dall’azienda, la messa in vendita del Teatro delle Vittorie rientra in un più ampio piano immobiliare volto alla completa modernizzazione e trasformazione in Digital Media Company. La motivazione tecnica è articolata: costi di gestione eccessivi, obsolescenza della struttura, problematiche impiantistiche, vincoli dovuti al fatto che il teatro si trova all’interno di un condominio, problemi di impermeabilizzazione. A tutto questo si aggiungono costi milionari di manutenzione e la conseguente esiguità dei programmi che vi vengono realizzati.

La Rai sottolinea che la vendita era già stata deliberata dal precedente Consiglio di Amministrazione nel luglio 2022, quindi non si tratta di una decisione improvvisata. L’obiettivo dichiarato non è “cancellare la propria storia“, bensì renderla più moderna investendo nel potenziamento tecnologico di Saxa Rubra, nella riqualificazione di Viale Mazzini e nel completamento degli interventi in via Teulada. Un modello immobiliare più flessibile, più adatto alle esigenze produttive di un broadcaster moderno.

Tutto logico, tutto ragionevole sulla carta. Ma è qui che si scontra la logica contabile con quella culturale. Fiorello lo esprime con una battuta che diventa manifesto: “Non è tecnologico? Allora vendiamo anche il Colosseo, scusate! Che vuol dire? Bisogna rispettare il passato, perché senza di esso non c’è futuro“. Il paragone col Colosseo può sembrare eccessivo, ma coglie un punto essenziale: ci sono luoghi che vanno preservati non perché ancora funzionali secondo parametri meramente economici o tecnologici, ma perché rappresentano pietre miliari di un percorso collettivo.

Viva l’Italia e viva questo teatro“, conclude Fiorello nel suo video. Un appello semplice, diretto, che suona come una richiesta di rispetto. Rispetto per la storia, per chi ha costruito la televisione italiana quando tutto era da inventare, per quei luoghi che hanno visto nascere programmi entrati nell’immaginario collettivo. Perché, come ricorda lo showman siciliano, senza passato non c’è futuro. E vendere la memoria potrebbe rivelarsi l’affare peggiore di tutti.

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