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Al mio paese è ovunque. In radio, in streaming, nelle pubblicità televisive. Il tormentone estivo del 2026 porta le firme di tre donne del Sud – Serena Brancale, Levante e Delia – e racconta un Meridione fatto di signore sulle sedie, piazze in festa, luminarie e nostalgia. Un affresco sonoro che divide l’Italia tra chi ci si ritrova con un sorriso e chi lo considera un catalogo di stereotipi svilenti. La polemica è esplosa praticamente dal giorno dell’uscita, il 3 aprile scorso. Da una parte chi rivendica il diritto a celebrare i luoghi comuni della propria terra, dall’altra chi accusa la canzone di raccontare un Sud da cartolina, immobile e folkloristico, che non esiste più o esiste solo per i turisti.

Nel mezzo, oltre un milione di visualizzazioni su YouTube e un ingresso nella top 50 di Spotify Italia. Serena Brancale, cantautrice barese classe 1990, non arretra di un millimetro. Nelle interviste rilasciate al Corriere della Sera e al Fatto Quotidiano difende con passione la sua creatura: “Capisco chi non apprezza questa canzone, ma è giusto che ognuno canti quello che vuole. Io non canto la politica, canto il sorriso e la felicità di essere una donna del Sud“.

Per Brancale, Al mio paese non è un’operazione cinica di marketing ma un manifesto personale. “Sono amante dei luoghi comuni, o meglio, mi mancano perché ormai sto a Roma da tanto tempo”, spiega. Le signore sedute nelle piazze, le strade profumate di varechina, le chianche tirate a lucido: non sono cliché vuoti ma frammenti di memoria. “È importante ricordarsi da dove proveniamo, di quanto siano preziose le cose semplici”. La canzone amalgama ritmi latini, suggestioni afro e sonorità meridionali come la taranta, la pizzica e la tammuriata, con un arrangiamento moderno e radiofonico studiato per dominare l’estate.

Il testo è un catalogo dichiarato di immagini stereotipate: anziane che chiacchierano, bambini che giocano a calcio in mezzo alla strada, fuochi d’artificio, madonne nelle chiese, parenti da visitare altrimenti si offendono. Ci sono persino due personaggi chiamati Maria Rita e Rosalia, e frasi in dialetto siciliano e pugliese. Ma è proprio questa scelta stilistica a innescare il dibattito. La giornalista Alice Valeria Oliveri ha definito la canzone “un tripudio di folklore che ricorda al contempo un raduno neo-borbonico e il rebranding in stile barocco di tutti i B&B da Roma in giù“.

Riccardo Di Blasi di Orticalab ha scritto che il problema non è la nostalgia in sé, ma “la rappresentazione di un Sud che non esiste più, oppure che esiste solo per turisti e fuori sede una manciata di giorni l’anno“. Claudia Fauzia, creatrice di contenuti seguita per i suoi approfondimenti sul meridionalismo, ha criticato l’utilizzo del termine “paese“, che “appiattisce la complessità di un luogo che è enorme e disomogeneo“. Secondo Fauzia, la canzone rischia di confermare “un’idea rurale e premoderna che è molto comoda da esportare“, cancellando la narrazione di chi al Sud ci vive e lavora tutto l’anno.

Altri hanno un’opinione più indulgente. Salvatore Ruffino de Il Cappuccino Media ha scritto: “Perché bisognerebbe aspettarsi da una hit estiva una funzione sociale di qualche tipo? Questo brano non nasce per spiegare Palermo o Catania“. Un’operazione commerciale intelligente che sa esattamente cosa sta vendendo. Brancale rivendica il diritto di raccontare la sua esperienza senza filtri ideologici. Lei, pugliese, insieme a Levante e Delia, entrambe siciliane, ha costruito un brano che parla direttamente a chi vive lontano e torna per le vacanze. “Ho scoperto che Delia e Claudia sono uguali a me e quindi tutti questi luoghi comuni stupendi che trovo sacri ci rappresentano“, ha dichiarato a Cosmopolitan.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.