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Dalla marginalità di un casolare isolato in Abruzzo alle logiche globali dell’intrattenimento streaming. La vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco, che ha tenuto banco sulle cronache italiane per mesi, sembrava destinata a compiere l’ennesimo salto mediatico: diventare un film per Netflix. Ma mentre le indiscrezioni si rincorrevano, è arrivata una smentita netta che complica ulteriormente una storia già di per sé complessa. Secondo quanto riportato da La Stampa, il colosso dello streaming sarebbe in trattativa avanzata per acquisire i diritti della vicenda e sviluppare un lungometraggio ispirato alla storia di Catherine Birmingham, australiana, e Nathan Trevallion, inglese, la coppia che ha vissuto per anni con i loro tre figli in un rudere nei boschi abruzzesi. Un progetto che avrebbe già ottenuto il via libera dei legali della coppia e della struttura di Vasto che attualmente ospita i minori, segnale che il processo di trasformazione da cronaca a prodotto audiovisivo sarebbe già in fase avanzata.

Eppure, proprio mentre la notizia rimbalzava sui media, sono arrivate le smentite. Prima quella della famiglia stessa, poi quella di Netflix, che avrebbero negato l’esistenza di trattative in corso. Un cortocircuito che solleva interrogativi sulla natura stessa dell’informazione quando una vicenda diventa così polarizzante da generare narrazioni parallele, alcune vere, altre presunte, tutte ugualmente capaci di alimentare il dibattito pubblico. La parabola della famiglia nel bosco, del resto, offre tutti gli ingredienti che l’industria dell’intrattenimento cerca con crescente voracità: isolamento volontario, infanzia vissuta ai margini delle convenzioni sociali, intervento delle autorità, scontro tra visioni del mondo radicalmente diverse. Non è una sorpresa che Hollywood o i suoi equivalenti digitali ci abbiano messo gli occhi sopra. La cronaca contemporanea ha smesso da tempo di essere solo materia informativa per diventare un bacino narrativo da cui attingere storie pronte per essere confezionate.

Al centro della vicenda c’è una scelta educativa estrema: Catherine e Nathan hanno rivendicato il diritto di crescere i propri figli lontano dalle istituzioni, dalla scuola tradizionale, dalla socialità convenzionale. Una decisione che le autorità italiane hanno però ritenuto incompatibile con il diritto dei minori a una piena crescita sociale e culturale, portando sei mesi fa all’allontanamento dei bambini dalla famiglia. È su questo crinale scivoloso che si gioca il potenziale cinematografico della storia: non tanto la ricostruzione dei fatti in sé, quanto il loro significato simbolico, il conflitto tra un’idea di libertà individuale spinta fino all’isolamento e l’intervento dello Stato come garante dei diritti dei più fragili.

Nel frattempo, mentre la macchina dello spettacolo si attiva o si nega, la storia continua a espandersi su altri fronti. A maggio è prevista l’uscita del libro autobiografico di Catherine Birmingham, La nostra vita libera, ulteriore tassello di una narrazione che si articola ormai su più livelli: giudiziario, mediatico, editoriale. Il cinema o meglio, lo streaming arriva così come naturale evoluzione, seguendo una traiettoria ormai consolidata. Ma resta aperta la questione più delicata: l’opportunità. Quando una storia è ancora in divenire, con conseguenze non ancora definite per i protagonisti e soprattutto per i minori coinvolti, la sua trasformazione in intrattenimento solleva domande difficili da eludere. Non è solo una questione di tempi, ma di sguardo: chi racconta, da quale prospettiva e con quale grado di responsabilità verso persone reali che stanno ancora vivendo le conseguenze di quella vicenda.

Il 21 aprile la Corte d’Appello dell’Aquila discuterà il reclamo presentato dalla famiglia per chiedere la revoca dell’ordinanza di allontanamento dei bambini. Il 14 aprile si è insediata la nuova presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Nicoletta Orlandi, che subentra alla giudice che l’11 novembre scorso firmò il provvedimento all’origine del caso. Sono passaggi giudiziari concreti, che riguardano il futuro di tre bambini, non personaggi di finzione. Eppure la macchina narrativa è già in moto, smentite o meno. Perché fa parte del meccanismo contemporaneo: la cronaca accende l’attenzione, il dibattito pubblico la amplifica, l’industria dell’intrattenimento la confeziona. E il passaggio da fatto a contenuto è spesso più rapido di quanto si voglia ammettere. Resta da capire se, in questo caso specifico, la velocità con cui si corre verso la narrazione spettacolare non rischi di travolgere proprio ciò che dovrebbe essere al centro: il benessere di tre bambini che non hanno scelto né l’isolamento né la visibilità mediatica

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.