È bastata un’intervista su Rolling Stone per riaccendere una tensione che covava da anni. Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours e voce tra le più oneste e scomode della musica italiana, ha dedicato parole durissime a TonyPitony, il performer mascherato che dal provino a X Factor del 2020 è diventato un fenomeno virale capace di conquistare Sanremo, riempire tour e macinare oltre 63 milioni di stream in un anno. La storia inizia proprio in quello studio televisivo, quando TonyPitony si presentò ai provini mascherato da Elvis per una cover di Hallelujah che divise la giuria. Mika fu l’unico a intravedere qualcosa di interessante, mentre Agnelli non nascose il suo scetticismo per quella rilettura di un brano che considera intoccabile. L’ex concorrente venne scartato, un momento che molti ricordano come umiliante, ma che oggi appare quasi profetico: quel provino, tornato virale, anticipava il percorso di provocazione e successo che TonyPitony avrebbe costruito negli anni successivi.
A distanza di tempo, Agnelli non ha cambiato idea. Anzi, ha rincarato la dose con una lucidità che non lascia spazio a interpretazioni: “Non mi interessa niente di quello che fa TonyPitony. Per me non ha nessun valore artistico. È un ottimo performer, ma da villaggio turistico di lusso. Ricordiamoci gli Squallor o gli Skiantos. Non è necessario che uno faccia qualcosa di nuovo, ma io non ero a X Factor per trovare quello che funzionava di più sul mercato“. La posizione del musicista milanese è netta e si inserisce in una visione artistica radicale che lo ha sempre contraddistinto. “A me di quello che funziona non me ne frega nulla, tanto per non girarci intorno. Altrimenti darei ragione a qualsiasi progetto che vende copie, intelligenza artificiale compresa. Per me un artista deve avere una visione di un certo tipo“. E qui emerge il cuore della questione: per Agnelli esiste una distinzione fondamentale tra intrattenimento e arte, tra ciò che funziona sul mercato e ciò che ha valore culturale profondo.
Il paragone con Mika è significativo. “Mika, per esempio, era stato l’unico a promuoverlo. Perché, evidentemente, cercava qualcosa che potesse funzionare sul mercato. A me non interessa quel tipo di linguaggio, anzi mi fa proprio schifo. Artisticamente in TonyPitony non trovo niente di speciale. Come performer è bravo, ma sai quanti ce ne sono come lui?“. Una critica che non riguarda tanto la capacità tecnica quanto l’assenza di quella visione che Agnelli considera imprescindibile per parlare di vera arte. Il fenomeno mediatico costruito da TonyPitony suscita in Agnelli riflessioni ancora più ampie sulla società italiana contemporanea. “A me sorprende che abbia un seguito di persone che mi insultano sui social. Mi auguro che sia il canto del cigno di questo tipo di dinamiche: quelle che ti dicevo prima, o fai subito San Siro o non sei nessuno. La gente che mi insulta usa questo sistema per giudicare: se funziona è buono, se non funziona è cattivo. Ma con questa logica la storia dell’arte non esisterebbe“.
È qui che il discorso si allarga a una critica culturale più generale. “Fa parte di una distorsione culturale tremenda. È la fotografia del popolo che siamo diventati: dei volgari ignoranti tornati indietro di cinquant’anni. Ma ci tengo che lo sappiano quelli che mi insultano: più lo fanno e più mi convinco che faccio bene ad arginare fenomeni del genere“. Parole pesanti che riflettono la frustrazione di chi vede trionfare logiche di mercato e viralità a discapito, secondo lui, della ricerca artistica autentica. TonyPitony, dal canto suo, non si è fatto attendere. La risposta è arrivata sui social con una gif che ritrae proprio Agnelli mentre sbuffa, un gesto ironico e leggero che sembra incarnare perfettamente la filosofia del performer siracusano. Lui, che ha fatto della provocazione calcolata il suo marchio di fabbrica, ha sempre dichiarato: “La vera cosa a cui vado contro è il mercato, l’idea del ‘questo non si può dire’. Invece si può» e ancora «Bisogna stare al gioco perché è tutto un gioco“.
Il percorso di TonyPitony racconta una storia diversa da quella che Agnelli vorrebbe vedere. Primo posto nella Viral Chart di Spotify, tour sold out, una presenza scenica potente costruita anche grazie alle esperienze teatrali a Londra. Il suo obiettivo dichiarato è abbattere il piedistallo tra artista e pubblico, creare un cortocircuito tra arte alta e intrattenimento popolare, senza compromessi ma anche senza le pretese di chi si considera portatore di una missione culturale superiore. Nel frattempo, Manuel Agnelli a 60 anni appena compiuti non fa bilanci ma rilancia con Suoni dal futuro, un progetto in collaborazione con Siae che punta a creare una nuova scena musicale alternativa. L’obiettivo, ha spiegato a Rolling Stone, non è distruggere il sistema esistente ma aprire una nuova possibilità, costruire uno spazio per chi fa musica con una visione diversa da quella imposta dal mercato.



