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Ilia Malinin è il simbolo del talento che sfida la fisica… e della fragilità che rende umano anche un fenomeno. A Milano-Cortina 2026 il “Quad God”, il dio dei quadrupli, doveva consacrarsi oro olimpico. Invece è uscito dal ghiaccio ottavo, fuori dal podio, travolto dalla pressione. Il ragazzo capace di atterrare il primo quadruplo axel perfetto della storia si è scontrato con l’unico avversario che non controlla: se stesso.

La sua caduta ha deluso i fan e, più di tutti, ha ferito lui stesso. E un segnale evidente del suo disagio, della frustrazione che sta ancora elaborando, arriva anche dai suoi ultimi contenuti su TikTok. Ma per capire davvero cosa sta succedendo, bisogna partire dall’inizio. Per capire perché Malinin sia definito un fenomeno bisogna partire dai numeri e dalla storia tecnica del pattinaggio. Nel 1988 il canadese Kurt Browning firma il primo quadruplo salto della storia. Per anni resta un’eccezione.

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Dal 2002 i quadrupli entrano stabilmente nelle coreografie olimpiche, aprendo un dibattito: più acrobazia significa meno arte? La rincorsa al salto perfetto ha alzato il livello tecnico ma ha anche reso il pattinaggio una disciplina per intenditori, capaci di distinguere coefficienti, rotazioni e qualità d’atterraggio. In questo contesto Malinin ha fatto qualcosa che era considerato “impraticabile”. Nel 2022 è diventato il primo uomo a chiudere in perfetto equilibrio un quadruplo axel, il salto più complesso in assoluto.

A 17 anni gridò “io sono impossibile”, perché aveva appena contraddetto i limiti calcolati fino a quel momento. Il quadruplo axel richiede una spinta che porta l’atleta a sollevarsi circa 77 centimetri dal ghiaccio e a completare quattro rotazioni e mezzo prima dell’atterraggio. È una questione di frazioni di secondo, velocità d’ingresso e controllo del corpo nello spazio. Malinin entra nei salti con un’accelerazione che viene spesso paragonata a quella di un’auto da rally. Da qui il soprannome “The Quad God” e un bonus tecnico che, sulla carta, lo rendeva quasi imbattibile.

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Ai Giochi di Milano-Cortina 2026 tutto sembrava scritto. Pattina per ultimo, posizione riservata ai favoriti. Il Forum di Assago è pieno, sugli spalti ci sono anche Simone Biles, Jeff Goldblum e Nathan Chen, ultimo oro olimpico statunitense. Doveva essere il terzo americano della storia recente a vincere. Invece, lì dove ci si aspettava il salto più spettacolare, arriva l’errore più semplice. Un’incertezza dopo l’altra. La classifica lo fotografa ottavo. Vince il kazako Mikhail Shaidorov, argento e bronzo ai giapponesi Yuma Kagiyama e Shun Sato. Il palazzetto resta in silenzio, poi applaude. Malinin abbassa la testa, in lacrime.

Nel post-gara ha parlato con grande sincerità. “La pressione delle Olimpiadi ti travolge. Succede tutto così in fretta. Non ho avuto il tempo di elaborare, di fare aggiustamenti. È come se non fossi consapevole di dove mi trovassi nel programma. All’inizio mi sentivo fiducioso, poi mi è sfuggito tutto di mano”. Ha citato persino la “maledizione olimpica”, quell’idea secondo cui il favorito per l’oro finisce per pattinare male proprio ai Giochi. “L’Olimpiade non è come qualsiasi altra competizione. I Giochi sono i Giochi. Mi sentivo come se non avessi alcun controllo”.

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Fuori dal ghiaccio, però, Malinin resta un idolo assoluto dei social. La sua estetica pulita e la sua fragilità lo hanno trasformato in un personaggio amatissimo dalle community online, che gli dedicano centinaia di edit emozionali. Su TikTok e Instagram scorrono video montati sulle note di The Winner Takes It All degli ABBA o Never Enough tratta dal film The Greatest Showman, alternando i suoi atterraggi perfetti alle immagini della caduta di Milano‑Cortina, come se la sua storia fosse una tragedia greca in tempo reale.

Ma accanto a questo entusiasmo, c’è un elemento che sta iniziando a preoccupare la community. Dopo la gara di Milano‑Cortina, Malinin ha iniziato a ripubblicare su TikTok video dal tono cupo, strani o emotivamente pesanti, contenuti che sembrano riflettere il suo stato d’animo più che la sua immagine da “Quad God”. Non sono materiali espliciti né allarmanti, ma abbastanza insoliti da far discutere: molti fan li interpretano come segnali di stress, altri come un modo per elaborare la delusione. In ogni caso, mostrano quanto la pressione dei social possa amplificare ogni emozione, trasformando un giovane atleta in un simbolo fragile e osservato in ogni gesto.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.