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Una svolta drammatica riscrive completamente la tragedia di Pietracatella. Sara Di Vita, quindicenne, e sua madre Antonella Di Jelsi, cinquantenne, non sono morte per un’intossicazione alimentare come si era ipotizzato inizialmente. Le due donne sarebbero state avvelenate con la ricina, uno dei veleni più letali conosciuti. Tracce della sostanza tossica sono emerse dagli esami effettuati sul sangue delle vittime, analisi condotte non solo in Italia ma anche in Svizzera, con accertamenti che hanno coinvolto persino gli Stati Uniti nella ricerca di casi simili di avvelenamento. La Procura ha aperto un nuovo fascicolo di indagine per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti. Una formulazione che cambia radicalmente lo scenario: da un presunto caso di negligenza medica o contaminazione accidentale si passa a un delitto pianificato, eseguito con una sostanza che non lascia quasi tracce e che agisce con una perfidia difficile da immaginare.

La vicenda era iniziata subito dopo Natale, quando madre e figlia si erano recate al Pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Campobasso lamentando sintomi compatibili con un’intossicazione alimentare: nausea, vomito, diarrea, affanno. Dopo le prime cure erano tornate a casa, ma le loro condizioni si erano rapidamente aggravate fino al decesso. Le prime verifiche sugli alimenti consumati dalla famiglia durante le feste natalizie non avevano riscontrato anomalie, spingendo gli investigatori a ipotizzare un errore medico. Per questo motivo cinque medici erano stati indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Ora quella pista appare superata. La ricina è una sostanza velenosa estratta dalla pianta del ricino, quella ornamentale con foglie palmate e fiori rosso acceso che cresce spontaneamente nei climi tropicali. Paradossalmente, l’olio di ricino, un tempo usato come purgante, non è nocivo: la tossina letale si concentra nella pellicola interna del rivestimento del seme e deve essere isolata attraverso processi complessi e pericolosi, normalmente possibili solo in laboratori scientifici sotto stretto controllo.

La ricina è diventata nota al grande pubblico anche grazie alla serie televisiva Breaking Bad, dove il protagonista, un chimico, la sintetizza e la conserva in una capsula nascosta, trasformandola in un oggetto simbolico della narrazione. Ma non si tratta solo di finzione: questa sostanza è stata sviluppata come arma biologica da Stati Uniti e Unione Sovietica ed è stata utilizzata in veri attentati. Il caso più celebre risale al 1978, quando il dissidente bulgaro Georgi Markov fu assassinato a Londra con un proiettile contenente ricina, sparato nella sua gamba.

Nel 2013 buste indirizzate al presidente Barack Obama risultarono positive alla ricina. Si parla di veleno invisibile perché la ricina non ha colore né odore, non altera sapori o consistenze e agisce lentamente. Bastano da cinque a dieci microgrammi per chilogrammo per essere letale, una dose corrispondente a circa sette semi può uccidere un bambino. I sintomi possono comparire anche dopo dieci-ventiquattro ore dall’esposizione, rendendo difficile risalire immediatamente alla causa dell’avvelenamento. L’intossicazione può progredire con convulsioni, shock, insufficienza d’organo, edema polmonare e insufficienza respiratoria.

Non esiste antidoto, cura o vaccino efficace contro la ricina. I pazienti vengono trattati con terapie di supporto per attenuare gli effetti dell’intossicazione: gestione dello shock, correzione delle anomalie elettrolitiche, supporto respiratorio e trattamento delle convulsioni. Può essere somministrato carbone attivo se non si è ancora verificato vomito, oppure effettuata una lavanda gastrica se l’ingestione è avvenuta nell’ultima ora. Ma quando l’avvelenamento è in fase avanzata, le possibilità di salvezza si riducono drasticamente. Il lavoro degli investigatori prosegue ora per individuare il responsabile dell’avvelenamento e comprendere le modalità con le quali è avvenuto. La casa delle vittime a Pietracatella è ancora sotto sequestro. Gianni Vita, marito e padre delle due donne, e l’altra figlia Sara vivono ora in un’altra abitazione, segnati da una tragedia che ha assunto contorni sempre più oscuri. Chi aveva accesso alla casa? Come è stata somministrata la ricina? E soprattutto: quale movente potrebbe spiegare un gesto tanto efferato contro una madre e sua figlia adolescente?

Le domande si moltiplicano mentre le indagini si approfondiscono. La complessità del caso è testimoniata dall’estensione geografica degli accertamenti: gli esami tossicologici hanno attraversato confini nazionali, coinvolgendo laboratori specializzati in Svizzera e ricerche comparative negli Stati Uniti. Questo suggerisce quanto sia raro e complesso identificare con certezza un avvelenamento da ricina, e quanto gli investigatori abbiano dovuto scavare per arrivare a questa svolta. La comunità di Pietracatella, piccolo centro molisano, resta sotto shock. Quella che sembrava una tragica fatalità natalizia si è trasformata in un caso di cronaca nera dai contorni inquietanti, dove un veleno da spy story è entrato nelle mura domestiche di una famiglia qualunque. La ricina, sostanza dall’uso criminale e terroristico che prevede un processo di sintesi molto complesso e pericoloso, è arrivata fino a quel tavolo, a quei piatti, a quelle vite.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.