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C’è qualcosa di profondamente coerente, quasi necessario, nell’ultimo desiderio di Gino Paoli. Le sue ceneri saranno sparse nel mare di Boccadasse, il piccolo borgo marinaro di Genova che non è mai stato solo uno sfondo da cartolina, ma un pezzo di identità, il luogo dell’anima dove nacque “La gatta”, una delle canzoni che hanno cucito per sempre la sua voce alla città. Genova lo saluta così, con i funerali in forma privata e con un’ondata di commozione che unisce istituzioni, colleghi di sempre e la nuova generazione di artisti cresciuti all’ombra della sua lezione. L’addio si compirà oggi, giovedì 26 marzo, alla sola presenza dei familiari, in una cerimonia sobria che rispecchia il carattere di un uomo che non ha mai avuto bisogno di palcoscenici per lasciare il segno. Ma mentre la famiglia si raccoglie nel dolore privato, la città intera si stringe attorno alla sua memoria con iniziative spontanee e tributi collettivi. In piazza De Ferrari le sue canzoni risuonano in filodiffusione, mentre un maxischermo sulla facciata del palazzo della Regione proietta immagini e ricordi. Un omaggio che testimonia quanto Paoli sia stato centrale nell’identità culturale ligure, ben oltre i confini della musica.

La scelta di Boccadasse non è un dettaglio sentimentale buono per la cronaca. È il centro stesso della storia. Quel fazzoletto di Genova, stretto tra case colorate e onde che si infrangono sui ciottoli, è uno dei luoghi simbolo dell’universo poetico di Gino Paoli. È lì che la memoria collettiva lo ritrova, è lì che la sua voce torna a sembrare quasi presente, come se da una finestra potesse ancora uscire una melodia sghemba e perfetta. Il mare, del resto, era rimasto il suo orizzonte fino all’ultimo. Viveva nella sua casa sulle alture tra Quinto e Nervi, nel Quartiere Azzurro, da cui poteva continuare a guardarlo ogni giorno. Quasi come se avesse bisogno di tenerlo davanti agli occhi per riconoscersi ancora. Adesso quel mare diventa destinazione finale, non più scenario ma approdo definitivo. E c’è qualcosa di disarmante in questa coerenza portata fino all’ultimo respiro. Paoli torna dunque a Boccadasse nel modo più radicale possibile: diventando parte di quel paesaggio, fondendosi con l’elemento che ha attraversato tutta la sua esistenza, dalla nascita alla creazione artistica fino all’epilogo.

Genova lo saluta come si salutano i padri veri, quelli che non hanno soltanto avuto successo ma hanno cambiato la lingua emotiva di un territorio. Le parole delle istituzioni locali sono piene di commozione autentica. Il sindaco Marco Bucci parla di un’eredità immensa, mentre Silvia Salis lo ricorda come una voce unica capace di raccontare l’animo umano e il suo tempo. Dentro queste formule, spesso rituali in occasioni simili, stavolta si percepisce qualcosa di sincero. Perché Paoli non è stato soltanto una firma della musica italiana: è stato un modo di guardare il mondo, di raccontare la fragilità senza vergogna, di trasformare la disillusione in bellezza. Nel 2022 aveva ricevuto la Croce di San Giorgio, riconoscimento della Regione Liguria che lo stesso cantautore aveva accolto con emozione visibile, proprio per il suo legame indissolubile con il territorio. Un legame mai ostentato, mai folkloristico, ma sempre presente come un basso continuo nelle sue canzoni e nelle sue scelte di vita.

A colpire, forse più di tutto, è l’omaggio della nuova generazione genovese. Da Olly a Bresh, da Tedua ad Alfa, il cordoglio non è quello svagato e un po’ automatico che accompagna spesso la scomparsa dei grandi nomi. Qui si sente invece il riconoscimento di un debito vero, quasi familiare. Le parole di Alfa sono forse le più semplici e per questo le più efficaci: “Per noi che veniamo da Genova è sempre stato un punto di riferimento. Io ho imparato a suonare la chitarra con ‘La gatta’“. Dentro questa frase c’è tutto. C’è il passaggio di testimone, c’è il peso di una tradizione che non schiaccia ma accompagna, c’è l’idea che Paoli non appartenga solo ai nostalgici o a un’Italia che non c’è più, ma continui a vivere anche nelle corde, nelle parole e perfino nelle ambizioni dei ragazzi che oggi portano Genova nelle classifiche. Francesco Baccini, da parte sua, lo ricorda con un tratto più ruvido e più vero: nelle ultime uscite era più arrabbiato, voleva quasi sfidare la morte. Anche questo è un modo di raccontarlo bene, senza santificarlo troppo. Paoli non è mai stato un santino da altarino domestico. È stato un uomo complesso, elegante, spigoloso, malinconico e orgoglioso, uno che ha saputo trasformare la fragilità in stile e la disillusione in musica che resta.

Le istituzioni politiche hanno moltiplicato i messaggi di cordoglio, sottolineando l’impatto culturale di Paoli e il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. Viene ricordato non solo come artista ma come simbolo di una città e di una tradizione musicale che ha influenzato generazioni intere, ben oltre i confini regionali. La sua capacità di parlare a tutti pur rimanendo profondamente radicato in un territorio specifico rappresenta forse la sua eredità più preziosa. Alla fine, tutto torna lì. A Genova. Alle sue alture, al suo mare, ai suoi silenzi, a quel misto di durezza e pudore che Paoli ha saputo tradurre in canzoni come pochi altri. Le sue ceneri sparse a Boccadasse non sono soltanto un ultimo desiderio esaudito. Sono il gesto finale di un uomo che, pur avendo parlato a tutti, ha sempre continuato a parlare soprattutto con la sua città. Ed è forse per questo che oggi, più che la scomparsa di un grande artista, a Genova si avverte la sensazione di un vuoto domestico. Come se se ne andasse una voce che stava lì da sempre, una presenza ormai incorporata nel paesaggio, qualcosa di inseparabile dal sale, dai tetti di ardesia, dai tramonti sul mare.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.