In uno scantinato poco fuori Milano sono custoditi i segreti di uno dei simboli più riconoscibili dello sport mondiale. Tra calchi in gesso, disegni sbiaditi e strumenti da orafo, c’è un tavolo da lavoro che Giorgio Gazzaniga conserva con cura maniacale. Non un tavolo qualunque: quello su cui suo padre Silvio progettò e realizzò la Coppa del Mondo di calcio, il trofeo che da oltre cinquant’anni viene alzato al cielo dai campioni del mondo.
Eppure quando si parla della Coppa, raramente si menziona il nome del suo creatore. È una di quelle storie che scivolano via, seppellite sotto montagne di statistiche calcistiche e polemiche arbitrali. Ma la verità è che dietro quel trofeo scintillante c’è una storia tutta italiana, fatta di intuizione, artigianato e un pizzico di quella genialità pratica che da sempre contraddistingue il nostro paese.
Prima di Silvio Gazzaniga, la Coppa del Mondo non esisteva nemmeno. O meglio, esisteva un altro trofeo, molto diverso: la Coppa Rimet, una piccola vittoria alata d’oro creata per la prima edizione dei Mondiali nel 1930 e intitolata a Jules Rimet, il presidente FIFA che aveva fondato il torneo. Quel trofeo aveva una particolarità: ogni nazionale vincitrice lo custodiva fino al mondiale successivo. Ma quando il Brasile conquistò il suo terzo titolo nel 1970, la FIFA gli assegnò definitivamente la coppa, come da regolamento.
Si rese quindi necessario un nuovo trofeo. La FIFA bandì un concorso internazionale nel 1971, a cui parteciparono 53 artisti provenienti da 25 paesi diversi. Una competizione prestigiosa, aperta ai migliori designer e scultori del mondo. E a vincerla fu proprio lui: Silvio Gazzaniga, un orafo e scultore milanese di cinquant’anni. Non era un nome altisonante del design internazionale. Gazzaniga faceva l’orafo e lo scultore da oltre trent’anni, aveva lavorato soprattutto per la Chiesa cattolica, realizzando opere sacre e medaglie.
Da qualche tempo aveva iniziato a collaborare con il mondo dello sport, creando trofei per il CONI e per le federazioni italiane di motociclismo e nautica. Aveva dimestichezza con il settore, ma nessuno si sarebbe aspettato che un artigiano lombardo potesse battere la concorrenza internazionale su un palcoscenico così prestigioso. La sua proposta fu rivoluzionaria. Mentre i trofei sportivi dell’epoca erano quasi sempre grosse anfore o coppe molto ingombranti – quelle che nei circoli sportivi si chiamano “insalatiere” – Gazzaniga ideò qualcosa di completamente diverso.
Una scultura alta appena 34 centimetri, con una base stretta che la rendesse facile da impugnare e sollevare. Due figure stilizzate a doppia elica che si protendono verso l’alto, sorreggendo il mondo. Lui stesso descrisse così la sua creazione: “Il trofeo rappresenta due giocatori che alzano le braccia verso l’alto nella gioia esultante della vittoria. Racchiude in sé il dinamismo, la forza e la velocità dell’azione, lo sforzo sportivo e l’emozione, l’esaltazione di trovarsi in cima al mondo. L’atleta è il protagonista assoluto dell’opera e sorregge il mondo nella felicità e nell’entusiasmo della vittoria”.
Ma la vera genialità di Gazzaniga non stava solo nel design. Fu la sua strategia a fare la differenza. Temeva che i disegni su carta non permettessero alla FIFA di comprendere appieno la sua visione. Così prese una decisione azzardata: realizzò il gesso della coppa e lo spedì a Zurigo. Lo sistemò in una scatola di legno che costruì appositamente, lo fissò con delle viti e ci scrisse sopra “fragile“. Giorgio, suo figlio, l’ha definita scherzosamente “l’antesignano del cofanetto di Louis Vuitton“, quello in cui oggi viene trasportato il trofeo originale.
Fu una mossa vincente. Quando i membri della FIFA tirarono fuori dalla scatola quel gesso, capirono immediatamente che avevano di fronte qualcosa di speciale. Non solo una bella scultura, ma un oggetto fotogenico, perfetto per l’era televisiva che stava esplodendo. Il gioco di luci e ombre tra le due figure ruvide laterali e la parte superiore levigata e scintillante creava un effetto visivo potentissimo, ideale per le riprese in movimento. L’annuncio della vittoria arrivò tra il 28 e il 29 gennaio 1972. La ditta Bertoni, storica collaboratrice di Gazzaniga, si occupò della realizzazione definitiva: oro massiccio 18 carati, base in malachite verde. Le misure originali non sono mai cambiate: 36,8 centimetri di altezza, base di 13 centimetri di diametro, peso di 6.175 grammi.
Silvio Gazzaniga è morto nel 2016, lasciando un’eredità che va ben oltre i trofei. Ha dimostrato che l’artigianato italiano, quando si sposa con l’intuizione e la capacità di leggere i tempi, può competere e vincere su qualsiasi palcoscenico internazionale. Che un orafo milanese può battere 52 concorrenti internazionali semplicemente avendo il coraggio di mandare non solo un progetto, ma un oggetto tangibile, concreto.
