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A 32 anni, dopo essere diventato uno dei volti più noti tra i cosiddetti “preti influencer”, Alberto Ravagnani ha lasciato il ministero sacerdotale. Una scelta maturata nel tempo, che ha acceso un dibattito acceso dentro e fuori la Chiesa. Al centro, il tema del celibato, dell’affettività e dell’autenticità personale. Tra interviste internazionali, polemiche e nuovi progetti, l’ex don racconta perché non riusciva più a vivere fino in fondo quella promessa. E perché oggi parla di libertà ritrovata.

Negli ultimi anni Alberto Ravagnani era diventato un punto di riferimento per molti giovani, grazie a una comunicazione diretta e moderna sui social. Con oltre 300.000 follower su Instagram, aveva costruito una community che lo seguiva per riflessioni sulla fede, il senso della vita e il Vangelo. Il 31 gennaio ha annunciato di aver lasciato il sacerdozio, precisando però un aspetto teologico importante: il sacramento dell’ordine imprime un carattere permanente. “Un prete è tale per sempre”, ha spiegato, ma lui ha scelto di sospendere l’esercizio del ministero e uscire dal ruolo.

In un’intervista al The Times, il giornalista James Imam ha evidenziato come la richiesta della Chiesa cattolica di astenersi da relazioni e intimità fisica abbia pesato nella sua decisione. Ravagnani ha parlato apertamente di affettività, castità e celibato, denunciando una certa ipocrisia: quando ha comunicato l’intenzione di lasciare, alcuni sacerdoti gli avrebbero detto che i fedeli gli avrebbero “perdonato i peccati fisici e affettivi”, quasi fosse scontato che dietro la scelta ci fosse un flirt o un’avventura. Per lui, invece, il nodo è più profondo: perché l’amore, la fisicità e la possibilità di una relazione dovrebbero essere considerate solo come tentazioni o colpe?

Ospite di Massimo Gramellini su La7, nella trasmissione In Altre Parole, ha definito il celibato “uno degli ostacoli più oggettivi” della vita sacerdotale. In un’epoca in cui l’identità personale e la soggettività hanno un peso maggiore rispetto al passato, questa scelta obbligata può diventare un punto di frizione. Secondo Ravagnani, esiste anche un legame tra la rigidità sul celibato e alcuni problemi interni alla Chiesa: la castità può trasformarsi in una “casta dei casti”, con il rischio di derive di potere sulle coscienze e sui più piccoli. Il problema, ha sottolineato, non è il celibato in sé, che può essere una scelta buona, ma il fatto che non sia opzionale per chi vuole diventare sacerdote.

Ravagnani ha chiarito che la decisione non nasce da una relazione concreta: “Non mi sono innamorato di qualcuno”. Tuttavia, l’amore “ha pesato”. Per anni ha vissuto il ruolo in modo molto rigoroso, autocensurandosi sul piano affettivo. Non si è mai innamorato, dice, perché impediva a se stesso di farlo, per obbedienza e coerenza con la promessa fatta. A un certo punto, però, ha smesso di fingere con se stesso. Ha compreso di non voler più vivere dentro un modello che non sentiva pienamente autentico.

In un video pubblicato su YouTube ha ammesso con chiarezza: “Di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero”. All’inizio interpretava la difficoltà come una mancanza di volontà, qualcosa da correggere con maggiore impegno spirituale. Col tempo ha capito che il problema non era solo disciplinare, ma identitario. Il suo modo di vivere il sacerdozio non lo faceva sentire libero. Oggi parla di una libertà ritrovata che passa dal rapporto con il corpo, con le relazioni, con l’autodeterminazione.

@alberto_rava

Grazie a tutti per l'affetto❤️ Il video su YouTube uscirà tra qualche giorno. Mi prendo del tempo. Ci sentiamo presto!

♬ suono originale – Alberto Ravagnani

Non sono mancate le critiche, anche dure, provenienti dall’interno della Chiesa e dai social. Ravagnani si è detto dispiaciuto soprattutto per “la faccia della Chiesa” emersa da certi attacchi, che ha definito carichi di cattiveria e violenza. Allo stesso tempo ha ricevuto molto affetto. Rivendica la coerenza della sua scelta: proprio perché ha iniziato come “missionario digitale”, ora sente di poter fare del bene in modo più autentico, anche senza il ruolo formale di sacerdote.

Resta aperto il tema del futuro. Continuerà a creare contenuti sulla fede, a organizzare eventi e a promuovere il suo libroLa Scelta”. Non demonizza il marketing applicato alla religione: anche canonizzazioni e Giubilei, osserva, sono forme di comunicazione. La differenza la fanno le intenzioni. Dovrà però costruirsi una stabilità economica, pagare un affitto, trovare una casa — possibilmente a Milano, dove sente di avere ancora una missione verso i giovani.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.