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C’è un dessert che sta monopolizzando i feed social di mezzo mondo, dal Giappone agli Stati Uniti, dall’India fino all’Italia. Non richiede cottura, non necessita di competenze culinarie particolari e si prepara letteralmente in cinque minuti. Eppure sta generando milioni di visualizzazioni e un dibattito acceso tra chi lo celebra come il colpo di genio della semplicità e chi lo liquida come l’ennesimo trend insensato partorito dall’algoritmo di TikTok. Si chiama cheesecake giapponese allo yogurt, anche se tecnicamente non è una cheesecake e probabilmente nemmeno così giapponese come il nome suggerirebbe. Gli hashtag #JapaneseYogurtCheesecake, #2IngredientRecipe e #YogurtCheesecake si moltiplicano a ritmo esponenziale, conquistando creator e utenti comuni con una promessa irresistibile: trasformare ingredienti banali in un dessert degno di foto e condivisioni social.

Ma cosa rende questo fenomeno così polarizzante? E perché proprio adesso, nel gennaio 2026, stiamo assistendo all’esplosione di un trend così basilare da far storcere il naso ai puristi della pasticceria? La ricetta, se così vogliamo chiamarla, è disarmante nella sua semplicità. Si prende un vasetto di yogurt greco, preferibilmente denso e cremoso, e vi si immergono dei biscotti. Non biscotti qualunque: la maggior parte dei video virali utilizza i Biscoff della marca Lotus, quei biscottini speziati e caramellati che riprendono l’antica ricetta belga degli speculoos. Si lascia riposare il tutto per qualche ora in frigorifero, giusto il tempo che i biscotti si ammorbidiscano assorbendo l’umidità dello yogurt, e il dessert è pronto.

@twisted

It’s Friday night, what better time to jump on a viral trend Japan’s 2 ingredient yoghurt cheesecake had us curious… so @hugh jumped on it, but obviously we had to give it a Twisted twist. Say hello to Yoghurt Tiramisu 🤝 Creamy yoghurt, espresso soaked Lotus biscuits, and a generous dusting of chocolate on top. Yeah… we get the hype

♬ original sound – twisted

Alcuni creator aggiungono varianti personali: un po’ di caffè per simulare un tiramisù, frutta secca tritata come topping, gocce di cioccolato o un filo di miele. Ma la versione base resta quella minimal: due ingredienti, zero fornelli, massima resa social. Il risultato finale dovrebbe ricordare, almeno nelle intenzioni, il sapore e la consistenza di una cheesecake, pur non contenendo formaggio e non prevedendo alcuna preparazione tradizionale. Le origini precise del trend rimangono avvolte nella nebbia tipica dei fenomeni virali. Si ritiene che sia nato effettivamente in Giappone, diffondendosi rapidamente su TikTok, ma identificare il creator originale o il momento esatto della prima pubblicazione risulta praticamente impossibile. Come spesso accade con i contenuti social, la paternità si perde nel mare delle condivisioni e delle reinterpretazioni.

Quello che è certo è la velocità con cui il fenomeno si è propagato attraverso continenti e culture diverse, adattandosi ai gusti locali ma mantenendo intatta la formula base. In Italia, il trend ha scatenato reazioni contrastanti all’interno della comunità food, con diversi content creator che hanno sollevato perplessità sulla legittimità di chiamare ricetta un semplice assemblaggio di prodotti industriali. Da un punto di vista strettamente gastronomico, definire questo assemblaggio una cheesecake appare effettivamente generoso, se non fuorviante. La vera cheesecake giapponese è tutt’altra cosa: una torta soffice, alta, dalla consistenza fluffy e leggermente dorata, creata dallo chef Tomotaro Kuzuno alla fine degli anni Sessanta. Quella preparazione richiede tecnica, precisione e ingredienti di qualità. Il confronto tra le due versioni appare quasi offensivo per la tradizione pasticcera nipponica.

Eppure liquidare il fenomeno come pura stupidità virale significherebbe ignorare le dinamiche profonde che lo alimentano. La semplicità estrema non è un difetto ma la caratteristica vincente: in un’epoca in cui il tempo è merce rara e la cucina casalinga compete con infinite distrazioni digitali, una preparazione che chiunque può replicare senza rischio di fallimento rappresenta un’accessibilità democratica potente. C’è poi la dimensione nutrizionale, reale o percepita che sia. Lo yogurt greco viene comunemente associato a un profilo proteico favorevole e a un contenuto calorico contenuto, soprattutto se confrontato con i dessert tradizionali. Questa caratteristica lo rende particolarmente appetibile per chi cerca gratificazioni dolci senza sensi di colpa, inserendosi nel filone dei cosiddetti alimenti proteici da fitness, come gli overnight oat o i porridge preparati a freddo.

Dal punto di vista economico, il trend rappresenta un’opportunità ghiotta per marchi come Lotus, che vedono i propri prodotti protagonisti di milioni di video e potenzialmente oggetto di un picco nelle vendite globali. La capacità dei creator di replicare il contenuto con investimenti minimi garantisce una diffusione capillare che nessuna campagna pubblicitaria tradizionale potrebbe eguagliare. La viralità, in questo caso, funziona come un volano commerciale perfetto: più video vengono pubblicati, più persone scoprono il trend, più aumenta la curiosità di provarlo, più si vendono yogurt greco e biscotti Biscoff. Un circolo virtuoso per le aziende, anche se discutibile dal punto di vista della qualità gastronomica.

Resta da chiedersi quale sia il valore culturale di questi fenomeni. Sono semplici mode destinate a svanire nel giro di settimane, sostituite dal prossimo trend algoritmico? Oppure rappresentano una nuova forma di condivisione culinaria, più immediata e democratica, che abbassa le barriere d’ingresso alla cucina creativa? Il fatto stesso che se ne parli, che generi dibattiti accesi tra sostenitori e detrattori, conferisce a questi fenomeni un valore sociale innegabile. La cheesecake giapponese allo yogurt potrebbe essere culinariamente discutibile, ma è culturalmente rilevante perché intercetta bisogni reali: velocità, semplicità, condivisibilità, gratificazione immediata.

Nei prossimi mesi, questo trend specifico probabilmente svanirà, sostituito da una nuova preparazione miracolosa a due ingredienti o da un’altra promessa di semplicità culinaria. Ma il meccanismo che lo alimenta rimarrà: l’algoritmo continuerà a premiare contenuti facilmente replicabili, visivamente accattivanti e emotivamente rassicuranti. E gli italiani, pur borbottando sulla perdita di autenticità e sulla banalizzazione della cucina, continueranno a guardare, commentare e, almeno alcuni, a provare. Perché in fondo, anche solo per capire di cosa tutti stiano parlando, vale la pena immergere qualche biscotto in un vasetto di yogurt. Poi ognuno trarrà le proprie conclusioni, magari davanti a un vero tiramisù fatto come si deve.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it