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Quando la politica incontra il pop, il risultato può essere esplosivo. E questa volta lo scontro ha coinvolto Sabrina Carpenter, una delle voci più fresche della scena musicale americana, e la Casa Bianca di Donald Trump. Al centro della controversia: l’uso non autorizzato della hit Juno come colonna sonora di un video promozionale su raid dell’immigrazione. La risposta della cantante è stata senza mezzi termini. La contro-risposta dell’amministrazione Trump ancora più tagliente, utilizzando proprio le parole delle canzoni di Carpenter contro di lei.

Tutto è iniziato martedì, quando gli account social della Casa Bianca hanno pubblicato su X (ex Twitter) un video che mostra operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale americana per il controllo dell’immigrazione e delle dogane. Le immagini mostrano persone visibilmente angosciate che fuggono o vengono arrestate dagli agenti ICE. La colonna sonora scelta per accompagnare queste scene? Juno, il brano di Sabrina Carpenter che ha dominato le classifiche nel 2024. La scelta del brano non era casuale. Il post utilizzava come didascalia proprio alcuni versi della canzone, quelli in cui la cantante invita provocatoriamente a “provare alcune posizioni audaci“. “Hai mai provato questa? Ciao ciao“, recitava il messaggio della Casa Bianca, trasformando i versi sensuali della canzone in un commento cinico sulle deportazioni.

La reazione di Carpenter non si è fatta attendere. Mercoledì mattina, la cantante ha risposto direttamente su X con parole durissime: “Questo video è malvagio e disgustoso. Non coinvolgete mai me o la mia musica per beneficiare della vostra agenda disumana“. Una presa di posizione netta, senza diplomazia, che riflette la frustrazione di molti artisti che negli anni hanno visto le proprie opere utilizzate senza consenso per scopi politici che non condividono. Ma la Casa Bianca non ha lasciato cadere la questione. Abigail Jackson, vice addetta stampa dell’amministrazione Trump, ha risposto con un comunicato che rappresenta un esempio quasi surreale di comunicazione politica contemporanea. La dichiarazione era infatti infarcita di riferimenti all’album 2024 di Carpenter, Short n’ Sweet, e ai testi della canzone Manchild.

Ecco un messaggio Short n’ Sweet per Sabrina Carpenter: non ci scuseremo per aver deportato pericolosi criminali illegali, assassini, stupratori e pedofili dal nostro paese“, ha dichiarato Jackson. “Chiunque difenda questi mostri malati deve essere stupido, o è forse lento?“. Quest’ultima frase è un chiaro riferimento a un verso di Manchild, rigirato contro la stessa artista che lo ha scritto. Questo episodio non è un caso isolato. Donald Trump e il suo team hanno una lunga storia di utilizzo non autorizzato di musica popolare per campagne elettorali e comunicazione politica. Il fenomeno risale addirittura al 2015, quando i R.E.M. protestarono contro l’uso del loro brano It’s the End of the World as We Know It durante la prima campagna presidenziale di Trump.

Perché questa pratica continua nonostante le proteste? La risposta ha diverse sfaccettature. Dal punto di vista legale, l’uso di musica per fini politici occupa una zona grigia. Molti locali e piattaforme possiedono licenze generali che teoricamente permetterebbero l’uso di brani, ma queste licenze raramente coprono l’uso in contesti politici controversi. Gli artisti possono protestare, ma le vie legali per fermare effettivamente l’uso sono complesse e spesso lunghe. Dal punto di vista comunicativo, l’amministrazione Trump ha dimostrato più volte di considerare le proteste degli artisti come un elemento che amplifica la portata del messaggio piuttosto che danneggiarlo. Ogni controversia genera copertura mediatica, dibattito sui social e, in definitiva, maggiore visibilità per il contenuto politico originale. È una strategia che trasforma il dissenso in carburante promozionale.

Il caso Carpenter è emblematico perché mostra come la cultura pop e la politica siano ormai intrecciate in modo indissolubile nell’era dei social media. Juno è una canzone leggera, orecchiabile, che parla di flirt e seduzione con toni giocosi. Vederla utilizzata come soundtrack di operazioni di polizia che separano famiglie e deportano persone crea un contrasto stridente, quasi grottesco. È precisamente questo contrasto che genera engagement, commenti, condivisioni, la valuta più preziosa nell’economia digitale dell’attenzione. La questione solleva anche interrogativi più ampi sul diritto degli artisti di controllare il contesto in cui le loro opere vengono fruite. Una canzone non è solo una sequenza di note e parole: è un’esperienza emotiva che vive nell’immaginario collettivo. Quando quella esperienza viene ricontestualizzata senza consenso, specialmente in ambiti divisivi come l’immigrazione, si crea una forma di appropriazione culturale che va oltre la semplice questione dei diritti d’autore.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.