John Galliano rinuncia alla grande mostra che il Metropolitan Museum of Art di New York avrebbe dovuto dedicargli nel 2027. Una decisione arrivata dopo settimane di polemiche, critiche e pressioni legate soprattutto alle frasi antisemite e razziste pronunciate dallo stilista nel 2011, episodio che all’epoca gli costò anche il posto da Dior. La retrospettiva si sarebbe intitolata John Galliano: Horizons e avrebbe ripercorso quarant’anni di carriera, dagli esordi alla Central Saint Martins fino agli anni trascorsi alla guida di Givenchy, Dior e Maison Margiela. Il progetto avrebbe riunito abiti, accessori, schizzi, materiali d’archivio e documenti legati ad alcune delle collezioni più importanti dello stilista.
Non si sarebbe trattato di una mostra qualunque. Galliano sarebbe diventato infatti soltanto il terzo stilista ancora in vita a ricevere una retrospettiva personale dal Costume Institute, dopo Yves Saint Laurent nel 1983 e Rei Kawakubo nel 2017. L’esposizione avrebbe inoltre fatto da centro alla stagione primaverile del museo e al Met Gala 2027. Proprio per questo l’annuncio aveva avuto un peso enorme nel mondo della moda. Ma quasi immediatamente era arrivata anche una forte ondata di critiche.
Al centro delle contestazioni c’era soprattutto quanto accaduto nel 2011, quando Galliano venne coinvolto in una serie di episodi culminati in dichiarazioni antisemite e razziste pronunciate in un bar di Parigi. Il caso ebbe conseguenze durissime sulla sua carriera: Dior lo licenziò e successivamente un tribunale francese lo condannò per reati legati all’incitamento all’odio. Negli anni successivi lo stilista ha più volte chiesto scusa pubblicamente e ha raccontato di aver intrapreso un lungo percorso personale. Il suo ritorno nella moda è arrivato nel 2014 con Maison Margiela, dove è rimasto fino al 2024, tornando progressivamente a essere una delle figure più celebrate del settore.
L’annuncio della mostra al Met, però, ha riaperto completamente quella ferita. A opporsi al progetto sono stati esponenti della comunità ebraica, politici, donatori e figure del mondo culturale, che hanno contestato l’idea di dedicare una celebrazione così prestigiosa a Galliano. Particolarmente dura è stata Julie Menin, speaker del Consiglio comunale di New York e figlia di una sopravvissuta all’Olocausto, che ha criticato apertamente la scelta del museo. A rendere la questione ancora più delicata c’era anche il calendario. La mostra sarebbe stata inaugurata in concomitanza con il Met Gala del 3 maggio 2027, data che coincide con Yom HaShoah, il Giorno della Memoria dell’Olocausto nel calendario ebraico di quell’anno. Un dettaglio che ha contribuito ad alimentare ulteriormente le proteste.
Di fronte a una polemica ormai impossibile da separare dall’evento, è stato lo stesso Galliano ad annunciare la rinuncia. “Dopo molte riflessioni e discussioni con tutte le persone coinvolte, ho deciso con grande tristezza che sia meglio che la mostra non abbia luogo in questo momento”, ha spiegato lo stilista nel comunicato diffuso insieme al Met. Galliano ha ribadito di sentirsi ancora pienamente responsabile del dolore provocato dalle proprie parole, citando in particolare la comunità ebraica e quella asiatica, e ha spiegato di non voler trasformare il dibattito sulla sua persona in un problema per il museo o in qualcosa capace di oscurare il lavoro del Costume Institute.
La rinuncia non è stata quindi presentata come un tentativo di cancellare quanto accaduto, ma quasi al contrario come il riconoscimento che una mostra non può rappresentare da sola una forma di espiazione. Galliano ha sottolineato che il percorso di responsabilità deve continuare nel tempo attraverso l’ascolto e il comportamento personale. Anche il Metropolitan Museum ha confermato la cancellazione. Il direttore Max Hollein ha spiegato che la decisione è stata presa dopo un confronto con Galliano, mentre il museo ha fatto sapere che un nuovo progetto per la primavera 2027 e il nuovo tema del Met Gala verranno annunciati in seguito.
Anna Wintour, che aveva sostenuto fortemente la mostra, ha appoggiato la scelta finale. Proprio il suo ruolo è diventato però uno degli elementi più discussi dell’intera vicenda: secondo il Wall Street Journal, Wintour avrebbe visto nella retrospettiva una possibilità per restituire centralità alla produzione creativa di Galliano dopo anni segnati dallo scandalo, ma le pressioni arrivate anche da importanti donatori avrebbero reso il progetto sempre più difficile da sostenere.
Il caso riapre così una discussione molto più ampia che va oltre Galliano e il mondo della moda: quanto può essere separata l’opera di un artista dai suoi comportamenti personali? E soprattutto, quando un’istituzione decide di celebrare una figura controversa, dove finisce il racconto storico e dove comincia la riabilitazione? Nel caso di John Galliano, almeno per ora, il Met ha deciso di non arrivare fino in fondo. Quella che avrebbe dovuto consacrare definitivamente il suo ritorno ai vertici della moda si è trasformata invece nell’ennesimo confronto con uno degli episodi più oscuri della sua carriera.
