A pochi giorni dall’uscita nelle sale di Michael, il biopic dedicato al Re del Pop diretto da Antoine Fuqua, la famiglia Jackson torna a fare sentire la propria voce. Taj Jackson, nipote del leggendario artista, ha lanciato un attacco frontale ai giornalisti attraverso i social media, in quello che appare come un tentativo di riappropriarsi della narrazione sulla figura dello zio prima che il film raggiunga il grande pubblico. “Non potete più controllare la narrativa su chi fosse davvero Michael Jackson“, ha scritto Taj martedì scorso, rivolgendosi direttamente ai media tradizionali. Il messaggio prosegue con tono provocatorio: “Il pubblico potrà guardare questo film e decidere la verità da solo. E questo non lo sopportate“. Parole che arrivano in un momento delicato, quando il dibattito sull’eredità artistica e personale di Michael Jackson continua a dividere critica e pubblico.
Il film, prodotto con il coinvolgimento diretto della Jackson Estate, ripercorre la parabola artistica di Michael dagli esordi da bambino prodigio nei Jackson 5 fino all’apice della gloria mondiale nel 1988, durante il trionfale Bad World Tour. Una scelta temporale che non è casuale, ma frutto di vincoli legali emersi durante la produzione e che hanno letteralmente stravolto il progetto originale. Inizialmente, la pellicola avrebbe dovuto coprire un arco temporale molto più esteso, includendo anche gli anni Novanta e le controverse accuse di molestie su minori del 1993. Tuttavia, gli avvocati della estate hanno scoperto che un accordo di riservatezza siglato proprio in quell’anno con uno degli accusatori impediva qualsiasi menzione o rappresentazione cinematografica di quegli eventi. Un dettaglio legale che ha costretto la produzione a una svolta radicale.
Le conseguenze sono state immediate e costose: 22 giorni di riprese aggiuntive sono stati necessari per riscrivere completamente il terzo atto del film, con un esborso stimato tra i 15 e i 20 milioni di dollari. Un investimento massiccio che testimonia quanto la questione fosse centrale nella narrazione iniziale e quanto sia stato complesso ricostruire un finale alternativo che mantenesse coerenza drammatica. La scelta di concentrarsi sul periodo aureo della carriera di Jackson, quello che va dalla Motown agli anni della massima esplosione commerciale e creativa, rappresenta quindi non solo una decisione artistica ma anche l’unica via legalmente percorribile. Un periodo in cui Michael Jackson ridefinì i confini della musica pop, della danza e del videoclip musicale, diventando il primo artista veramente globale nell’era della MTV.
Antoine Fuqua, regista noto per pellicole come Training Day, ha dovuto quindi navigare tra le aspettative dei fan, le richieste della famiglia Jackson e i vincoli imposti dagli accordi legali. Il risultato è un ritratto che punta a ricordare al pubblico perché Michael Jackson sia diventato un’icona planetaria, concentrandosi sul talento innegabile piuttosto che sulle zone d’ombra della sua vita. Gli analisti dell’industria cinematografica stanno monitorando con attenzione l’accoglienza del pubblico. Il box office di questo weekend sarà un termometro importante non solo del fascino ancora esercitato dalla figura di Jackson, ma anche della capacità del film di parlare a una generazione che non ha vissuto direttamente quegli anni di gloria.
