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Per decenni la Repubblica italiana ha raccontato l’esilio dei Savoia come una frattura netta e definitiva con la monarchia. Eppure, oggi, quella narrazione si incrina. A rivelarlo è stato lo stesso Emanuele Filiberto di Savoia, che ha ammesso pubblicamente che lui, suo padre e altri membri della famiglia reale rientrarono più volte in Italia, nonostante il divieto costituzionale. Un dettaglio che trasforma una norma simbolo della nascente Repubblica in una regola aggirata, tollerata e, in alcuni casi, ignorata.

La miccia che ha riaperto la questione è stata accesa da un aneddoto raccontato da Gustav Thöni, leggenda dello sci italiano. Nel suo libro e in un’intervista, Thöni ha ricordato una visita di Vittorio Emanuele di Savoia e della moglie Marina Doria nel 1974, nel suo hotel di Trafoi, ai piedi dello Stelvio, dopo una gara vinta a Sankt Moritz. Un gesto cordiale, con saluti allo staff e persino un orologio lasciato in dono, ma che sulla carta non sarebbe mai dovuto avvenire: in quel periodo la XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione vietava tassativamente ai discendenti maschi dei Savoia l’ingresso e il soggiorno in Italia.

Interpellato sul racconto, Emanuele Filiberto non solo lo ha confermato, ma lo ha trasformato in una vera e propria confessione storica. “Altro che una volta sola, l’abbiamo fatto tutti”, ha dichiarato, spiegando che gli sconfinamenti furono numerosi e abituali. Ha raccontato di ingressi in Valle d’Aosta per visitare il Castello di Sarre, pranzi a Torino, soggiorni in Sardegna e altri “piccoli viaggi” fatti con il padre. Non si trattava di fughe clandestine, ma di passaggi che spesso avvenivano sotto gli occhi delle autorità, con i carabinieri che, secondo il suo racconto, arrivavano perfino a salutare ufficialmente.

Ancora più sorprendente è il quadro di relazioni informali con la classe dirigente repubblicana. Emanuele Filiberto ha riferito che, in alcune occasioni, a tavola con i Savoia c’erano anche politici italiani, senza fare nomi. Questo suggerisce un livello di tolleranza istituzionale che rende l’esilio meno un muro invalicabile e più una regola simbolica applicata in modo intermittente. Tra i ricordi più forti c’è anche quello del volo privato di Umberto II, l’ultimo re d’Italia, partito da Ginevra. Con Vittorio Emanuele ai comandi, l’aereo sorvolò Torino e la residenza reale di Racconigi a bassa quota. Il nipote ha raccontato che il nonno era commosso nel rivedere dall’alto i luoghi della sua vita, pur sapendo di non poter atterrare.

Sul piano giuridico, però, la questione resta netta. Il divieto era esplicito e in vigore fino al 2002: se intercettati sul territorio nazionale, i Savoia avrebbero dovuto essere riaccompagnati alla frontiera. Lo ha ricordato anche il costituzionalista Mario Bertolissi, sottolineando che la norma non lasciava spazio a interpretazioni. Solo con la modifica costituzionale si aprì la strada al rientro ufficiale, avvenuto il 15 marzo 2003, quando i Savoia tornarono in Italia atterrando a Napoli tra gli applausi, dopo 57 anni di esilio.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.