In una nuova intervista, Greta Thunberg ha dichiarato di non sentirsi più al sicuro nel suo Paese, la Svezia, annunciando una scelta radicale. Dopo anni sotto i riflettori, tra sostegno globale e forti critiche, il clima attorno al suo attivismo sembra essere cambiato. Le dichiarazioni dell’attivista arrivano in un momento delicato, alla vigilia dell’uscita di un documentario che racconta sette anni di mobilitazione e mostrano un lato meno noto: quello umano, fragile e sotto pressione.
Nel dettaglio, Thunberg ha spiegato che il suo piano è quello di adottare uno stile di vita essenziale e nomade: “vivere da uno zaino e dormire sul pavimento delle cucine di amici”. Una scelta che riflette non solo un’esigenza pratica, ma anche un senso di insicurezza crescente nel suo Paese d’origine, che in passato aveva definito uno dei più sicuri per chi fa attivismo.
Le dichiarazioni di Greta Thuberg arrivano in occasione della promozione di un documentario che ripercorre sette anni della sua attività e della crescita del movimento Fridays for Future, nato quando, a soli 15 anni, iniziò a protestare davanti al Parlamento svedese ogni venerdì per chiedere azioni concrete contro il cambiamento climatico. Da quell’iniziativa individuale è nato un movimento globale, che ha portato Thunberg a essere riconosciuta a livello internazionale, anche dalla rivista Time, ma allo stesso tempo a diventare una figura fortemente divisiva.
Human rights movements are the antibody of healthy societies and political systems.
From civil society, activists, workers, ordinary people, intellectuals: everyone is needed. pic.twitter.com/xPAjPph6lg— Francesca Albanese, UN Special Rapporteur oPt (@FranceskAlbs) February 8, 2025
Nel corso degli anni, infatti, l’attivista ha dovuto affrontare non solo critiche pubbliche, ma anche minacce, soprattutto sui social. Secondo quanto dichiarato, il timore è che queste reazioni possano intensificarsi con l’uscita del film, riaccendendo tensioni già vissute in passato.
Thunberg ha inoltre sottolineato un cambiamento nel modo in cui vengono percepiti gli attivisti: da figure sostenute e ascoltate a soggetti spesso etichettati in modo negativo o estremizzato. A suo avviso, questo riflette un contesto più ampio, caratterizzato da una crescente ostilità verso chi promuove temi legati all’ambiente, all’empatia e alla ricerca scientifica.
“Il film racconta come siamo passati dall’essere sostenuti dalla società all’essere bollati come terroristi. Ora è più facile liquidare le nostre opinioni, come se fossimo dei pazzi a cui non vale la pena dare ascolto.” – Greta Thunberg
Oggi, a 23 anni, continua il suo percorso formativo — sta studiando per diventare assistente infermiera — senza abbandonare l’impegno pubblico. Oltre alla crisi climatica, ha ampliato il suo attivismo ad altre cause, come i diritti delle popolazioni indigene Saami e il sostegno a contesti di crisi internazionale, contribuendo a mantenerla al centro del dibattito globale.
Ricordiamo che il documentario, intitolato Strejkarna (“Gli scioperanti”), uscirà nelle sale svedesi il 15 maggio e promette di offrire uno sguardo approfondito su questa evoluzione: non solo il percorso di un movimento, ma anche il prezzo personale che può comportare esporsi in prima linea su temi così divisivi.
