X

Arlington, Texas. Lo stadio AT&T risuona ancora degli applausi per il pareggio 2-2 tra Giappone e Olanda ai Mondiali 2026. Il gol di Kamada nei minuti finali ha strappato un punto prezioso ai Samurai Blue, e le borse blu che i tifosi giapponesi hanno agitato con entusiasmo durante la partita sembrano pronte a tornare negli zaini. Invece no, cambiano i Mondiali, cambiano gli stadi, ma non cambia il rituale che da quasi trent’anni accompagna i sostenitori della nazionale nipponica in ogni grande evento internazionale.

Quelle stesse borse che hanno celebrato il gol diventano strumenti di raccolta ed al triplice fischio dell’arbitro, mentre la maggior parte degli spettatori si avvia verso le uscite, i tifosi giapponesi restano. Si chinano tra le file di seggiolini, raccolgono bicchieri di plastica, cartacce, residui di cibo. Spazzano via i rifiuti dalle aree che hanno occupato durante la partita e la cosa importante è che non si tratta di un gesto spontaneo di pochi volenterosi: è un movimento di gruppo, organizzato ed efficiente. Una coreografia di civiltà che si ripete identica da Francia 1998, la prima volta che il Giappone partecipò a una Coppa del Mondo.

I video che documentano questa abitudine hanno fatto il giro del web, attirando l’attenzione e la curiosità del pubblico internazionale, con le immagini provenienti dalla FIFA che mostrano file ordinate di persone che collaborano per lasciare lo stadio nelle stesse condizioni in cui lo hanno trovato, se non migliori. Non è solo una questione pratica: è un messaggio culturale potente, una dichiarazione di valori che trascende il calcio.


Una spettatrice giapponese intervistata dopo la partita spiega con semplicità disarmante: “Questa è la cultura, rispetto per tutti, giocatori, tifosi e stadio”. E come abbiamo accennato poco sopra nell’articolo, dal 1998 a oggi, ogni volta che il Giappone partecipa a un grande torneo internazionale, la scena si ripete. Che sia in Francia, in Germania, in Brasile, in Russia o ora negli Stati Uniti, i tifosi dei Samurai Blue portano con sé quelle borse blu che sono diventate un simbolo riconoscibile quanto la maglia della nazionale. Altri paesi hanno provato a imitare il gesto, ma raramente con la stessa costanza e la stessa partecipazione di massa.


Dietro questo comportamento c’è anche un’educazione che parte dalle scuole. In Giappone gli studenti sono responsabili della pulizia delle proprie aule e degli spazi comuni negli istituti scolastici. Difatti non esistono bidelli dedicati esclusivamente a queste mansioni: sono i ragazzi stessi che, a turno, si occupano di mantenere pulito l’ambiente in cui studiano. Questa abitudine, radicata fin dall’infanzia, si traduce in un senso di responsabilità collettiva che accompagna i giapponesi anche quando sono all’estero, magari in uno stadio texano a migliaia di chilometri da casa.

Comunque, mentre il Giappone continua il suo cammino nei Mondiali 2026, portando avanti una lezione di civiltà che da quasi trent’anni conquista il mondo, c’è chi ha scelto di lasciare il segno in modo completamente diverso: basti pensare a Curaçao, diventata virale per l’arrivo dei propri giocatori a bordo di uno scuolabus scoperto e senza finestrini, simbolo dell’entusiasmo di una nazionale che sta vivendo il più grande sogno della sua storia. Due immagini molto diverse tra loro, ma accomunate dalla capacità di raccontare che il calcio è fatto anche di cultura, identità e momenti destinati a restare nella memoria collettiva.

Condividi.