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Ultime notizie su Epstein in carcere“. Sette parole digitate su Google che potrebbero riscrivere uno dei capitoli più controversi della cronaca giudiziaria americana degli ultimi anni. A comporre quella ricerca, secondo documenti del Dipartimento di Giustizia statunitense pubblicati venerdì scorso, sarebbe stata Tova Noel, una delle guardie carcerarie in turno la notte in cui Jeffrey Epstein si tolse la vita al Metropolitan Correctional Center di Manhattan. Non una ricerca casuale, non un’unica distrazione. I registri dell’FBI mostrano che Noel cercò informazioni sul finanziere detenuto per reati sessuali su minori per ben due volte nel giro di dieci minuti: prima alle 5:42 del mattino del 10 agosto 2019, poi di nuovo alle 5:52. Poco più di mezz’ora dopo, alle 6:30, un’altra guardia carceraria, Michael Thomas, avrebbe trovato Epstein senza vita nella sua cella di isolamento.

Il timing solleva interrogativi che i documenti appena declassificati non riescono a dissipare completamente. Cosa cercava esattamente Noel in quei minuti cruciali? Perché proprio in quel momento? E soprattutto: cosa stava accadendo nella cella del detenuto più sorvegliato d’America mentre lei navigava sul web? Interrogata dal Dipartimento di Giustizia nel 2021, Noel ha negato con fermezza di aver mai digitato il nome di Epstein su Google. “Non ricordo di averlo fatto“, ha dichiarato agli inquirenti, aggiungendo una frase che suona quasi paradossale: “I registri dell’FBI non sono accurati“. Una posizione difficile da sostenere di fronte a log digitali che tracciano ogni movimento online con precisione millimetrica.

Ma le ricerche su Google rappresentano solo la punta dell’iceberg in una notte che sembra essere stata tutt’altro che dedicata alla sorveglianza. Gli stessi documenti rivelano che Noel avrebbe trascorso quelle ore visitando siti di motociclette, facendo acquisti di mobili online e, secondo quanto emerso, addormentandosi. Tutto questo mentre avrebbe dovuto controllare la cella di Epstein ogni mezz’ora, come espressamente indicato dai suoi superiori. Il quadro si complica ulteriormente quando si analizzano i movimenti finanziari della guardia carceraria. Chase Bank ha segnalato all’FBI una serie di depositi in contanti sul conto di Noel che, quantomeno, sollevano dubbi. Il più consistente: 5.000 dollari versati il 30 luglio 2019, esattamente dieci giorni prima della morte di Epstein. Non un caso isolato. I documenti mostrano sette depositi in contanti tra il dicembre 2018 e il giorno della morte del finanziere, per un totale di 11.880 dollari.

Denaro contante, in un’epoca in cui le transazioni digitali sono la norma. Somme significative, distribuite in un arco temporale che abbraccia proprio i mesi più delicati della detenzione di Epstein. La banca ha classificato queste operazioni come attività sospette, seguendo protocolli standard per il monitoraggio del riciclaggio di denaro. Ma durante l’interrogatorio del 2021, stranamente, a Noel non venne chiesto nulla riguardo a questi movimenti finanziari. Un briefing interno dell’FBI, incluso nei documenti ora pubblici, identifica Noel come l’ultimo agente penitenziario ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre si avvicinava alla cella di isolamento di Epstein quando questi era ancora in vita. Le registrazioni mostrano che ciò avvenne alle 22:40 della sera precedente al decesso, un orario che corrisponde alla testimonianza della donna, che riferì agli inquirenti di aver visto Epstein vivo l’ultima volta verso le 22.

Dalle 22:40 alle 6:30 del mattino successivo, un vuoto di otto ore. Otto ore in cui nessuno, secondo le telecamere, si sarebbe avvicinato alla cella. Otto ore in cui i controlli ogni mezz’ora, previsti dal protocollo per un detenuto ad alto rischio suicidio, semplicemente non sono avvenuti. L’autopsia ha stabilito che Epstein morì per soffocamento dopo essersi impiccato utilizzando strisce di tessuto arancione annodate l’una all’altra. Tessuto che, secondo le procedure del carcere, non avrebbe dovuto essere nella sua cella. Quando gli inquirenti chiesero a Noel se avesse mai distribuito biancheria o vestiti ai detenuti, la risposta fu netta: no, mai. Un ulteriore tassello che non trova collocazione nel puzzle.

Il caso giudiziario contro Tova Noel e Michael Thomas seguì il suo corso, ma con un epilogo che lasciò molti perplessi. Le accuse penali contro entrambi furono formalmente archiviate nel dicembre 2021. Non ci fu processo, non ci furono condanne. Solo un accordo che chiuse formalmente la questione, lasciando però aperte domande che i nuovi documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia hanno riportato prepotentemente alla luce. Gli Epstein files, questo l’insieme di milioni di documenti, immagini, video ed email relativi alle attività del finanziere, continuano a essere pubblicati in forma parziale. Il materiale comprende atti raccolti come prove nei procedimenti penali contro Epstein e suoi collaboratori, oltre a file custoditi nel sistema di gestione casi del FBI. Ogni nuova release porta con sé rivelazioni che riaprono ferite mai davvero rimarginate e alimentano teorie che, fino a prova contraria, restano nell’ambito della speculazione.

La morte di Jeffrey Epstein ha scosso l’opinione pubblica mondiale non solo per la gravità dei crimini di cui era accusato, ma per le circostanze che hanno permesso a un detenuto così importante di togliersi la vita in una struttura federale di massima sicurezza. Un uomo che, secondo molti osservatori, avrebbe potuto fare nomi eccellenti, coinvolgere personalità di altissimo profilo, scardinare network di potere costruiti in decenni. Le ricerche su Google di quella mattina di agosto, i depositi in contanti, le ore trascorse a navigare online invece che a sorvegliare: ogni dettaglio contribuisce a un quadro che sembra troppo grottesco per essere solo il risultato di negligenza. Eppure, ufficialmente, è proprio di questo che si è trattato. Negligenza grave, certo, ma pur sempre negligenza.

La verità, come spesso accade nei casi che coinvolgono figure potenti e scomode, potrebbe non emergere mai completamente. I documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia offrono uno sguardo più dettagliato su quella notte, ma lasciano comunque spazi vuoti, domande senza risposta, coincidenze che sfidano la logica. Tova Noel oggi è libera, le accuse archiviate, la sua versione dei fatti cristallizzata in quella deposizione del 2021 in cui negò le ricerche su Google e ogni coinvolgimento nella morte di Epstein. I registri dell’FBI, secondo lei, non sono accurati. Una posizione che diventa sempre più difficile da sostenere man mano che nuovi dettagli vengono alla luce, ma che resta l’unica difesa possibile di fronte a un’evidenza digitale che sembra schiacciante.

Il Metropolitan Correctional Center di Manhattan, nel frattempo, è stato chiuso nell’agosto 2021, due anni dopo la morte di Epstein. Le condizioni della struttura erano state definite inadeguate, un eufemismo per descrivere un luogo dove il detenuto più sorvegliato d’America riuscì a uccidersi mentre le guardie facevano shopping online. Restano i documenti, le testimonianze, i log digitali. Resta un caso che, più si scava, più sembra stratificarsi in livelli di complessità che vanno ben oltre la semplice cronaca giudiziaria. E restano quelle sette parole digitate su Google alle 5:42 del mattino: “Ultime notizie su Epstein in carcere“. Cercava conferme? Cercava di capire se la notizia fosse già uscita? O semplicemente, come sostiene, non ha mai fatto quella ricerca? La risposta, se esiste, è sepolta da qualche parte nei milioni di file che compongono gli Epstein files, in attesa che qualcuno li riporti alla luce.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.