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Dal Nepal alla Francia, dal Madagascar all’Indonesia, fino all’Italia. La bandiera di One Piece è diventata un simbolo di protesta globale. Negli ultimi giorni è apparsa nelle manifestazioni europee a favore della Palestina e per il conflitto in corso a Gaza, ma già durante l’estate i ragazzi asiatici l’avevano portata in piazza come segno di dissenso nelle proteste anti-governative. Quel teschio sorridente con un cappello di paglia su sfondo nero, il Jolly Roger della ciurma di Monkey D. Rufy (protagonista del manga e anime One Piece), sta uscendo dalle pagine del manga per diventare un grido di libertà nel mondo reale. Ma come è possibile che un fumetto giapponese si trasformi in uno strumento di attivismo politico? La risposta è più profonda di quanto sembri e racconta molto sulla generazione che ha scelto di brandire quella bandiera.

Dichiarazione

Credo che l’autore sia molto bravo a inserire all’interno della sua storia quello che accade al giorno d’oggi nel mondo. Nel manga ora c’è una ribellione contro il governo mondiale. Chi legge la storia riesce a vedere il nostro mondo e si sente anche un po’ spinto a utilizzare quel simbolo, a riflettere nella propria vita gli insegnamenti trovati nel fumetto. A volte non è facile trovare esempi da seguire nel nostro mondo e quindi ci facciamo trascinare da personaggi di fantasia che incarnano dei valori positivi. Quando nel mondo reale non si trovano persone che combattono per dei valori positivi, si cerca nelle storie qualcuno da prendere a modello“. – Francesco Toscano di One Piece.it

Francesco Toscano, giornalista e content creator che da oltre dieci anni gestisce la community di OnePiece.it, ha una spiegazione chiara fornita a Adkronos: “La bandiera è diventata un simbolo in qualsiasi manifestazione in cui ci si ribella alle ingiustizie e al potere“. Non si tratta di una moda passeggera o di un utilizzo casuale. C’è una connessione emotiva e valoriale che lega profondamente One Piece alla necessità di protestare contro le oppressioni.

One-Piece
Poster di One Piece. Fonte: Toei Animation

Per chi non lo conoscesse, One Piece è un manga scritto e disegnato da Eiichirō Oda, autore che attualmente ha annunciato problemi di salute, in produzione ininterrotta dal 1997. Ha ispirato un anime altrettanto longevo, partito nel 1999, e più recentemente una serie live action su Netflix che ha conquistato anche chi non aveva mai aperto un fumetto giapponese. Si tratta di una delle opere più vendute e amate della storia, una vera e propria epica moderna che segue le avventure di Rufy, un ragazzo con il corpo di gomma che sogna di diventare il Re dei pirati.

Ma One Piece non è solo una storia d’avventura. È una narrazione che affonda le radici nei temi della giustizia sociale, della libertà individuale e della resistenza contro i sistemi oppressivi. Nel manga, il governo mondiale è rappresentato come un’entità tirannica che governa senza dare conto ai più deboli, schiacciando chiunque osi opporsi. I protagonisti, invece, incarnano valori opposti: solidarietà, coraggio, il diritto di essere se stessi a prescindere dalle convenzioni. Ed è proprio qui che si manifesta il fenomeno generazionale. La Gen Z, cresciuta tra crisi climatiche, disuguaglianze economiche e conflitti apparentemente irrisolvibili, fatica a trovare nel mondo reale figure di riferimento credibili. I politici deludono, le istituzioni sembrano distanti, i sistemi di potere appaiono impermeabili al cambiamento. Dove cercare, allora, modelli positivi?

Il sorriso stampato sul teschio della bandiera di One Piece non è un dettaglio casuale. È centrale nell’intera narrativa del manga, simbolo di speranza anche nei momenti più bui, di resistenza gioiosa contro l’oppressione. “One Piece porta a sperare di poter essere quello che sei davvero“, dice Toscano. “Chiunque vede in quella bandiera un simbolo di libertà e giustizia“.

Questa non è la prima volta che i simboli della cultura pop vengono adottati dai movimenti di protesta. In passato è accaduto con il saluto a tre dita di The Hunger Games, diventato emblema delle proteste in Thailandia e Myanmar. I costumi rossi de Il racconto dell’ancella hanno rappresentato la lotta per i diritti riproduttivi. La maschera bianca di V per Vendetta è stata indossata da Anonymous e dai movimenti Occupy. Ora è il turno del Jolly Roger dei pirati di Oda. Questi prestiti culturali rivelano qualcosa di importante: le storie di fantasia possono avere un potere reale quando riescono a cristallizzare emozioni, aspirazioni e rabbie che altrimenti resterebbero informi. One Piece, con i suoi 28 anni di pubblicazione, ha avuto il tempo di sedimentarsi nell’immaginario di intere generazioni, di costruire un universo simbolico ricco e stratificato che oggi i giovani attivisti riconoscono come proprio.

La bandiera che sventola nelle manifestazioni per Gaza, così come in quelle anti-governative in Asia, non è quindi un capriccio estetico. È un linguaggio condiviso, un codice che comunica appartenenza a una visione del mondo dove l’ingiustizia può e deve essere combattuta, dove la libertà vale più del potere, dove il sorriso può convivere con la ribellione. È il segno che, quando la realtà delude, l’immaginazione diventa politica.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it