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A pochi giorni dall’inizio del tour che lo porterà sui palchi di tutta Italia, compreso il Teatro Clerici di Brescia il 17 maggio, Tredici Pietro si è seduto davanti ai microfoni di Tintoria, il podcast condotto da Daniele Tinti e Stefano Rapone, per una conversazione senza filtri. Il figlio di Gianni Morandi ha mostrato ancora una volta quella schiettezza che lo contraddistingue, parlando di ansie, aspettative, sostanze e del rapporto con un padre ingombrante quanto amato.

L’emozione per il tour imminente è palpabile, quasi fisica. “C’è grossa ansia, sono teso, ho un po’ il terrore per questo tour“, ammette il rapper bolognese senza giri di parole. Non è solo eccitazione: è la consapevolezza di chi sa che salire su un palco significa esporsi completamente, senza rete di protezione. “È una cosa bella ma voglio arrivare preparatissimo e ancora non lo sono“, aggiunge, rivelando quella forma di perfezionismo che spesso accompagna gli artisti più autentici.

Per arrivare pronto all’appuntamento con il pubblico, Tredici Pietro sa che dovrà fare qualche sacrificio. E qui arriva la prima confessione spiazzante: “Sono un fumatore… e il fumo è nemico della voce”. Ma non si ferma alle sigarette. “Da più piccolino fumavo solo sigarette e ora ho un meraviglioso rapporto con l’hashish“, dice con quella naturalezza che trasforma una potenziale provocazione in una semplice constatazione di fatto.

Ed è proprio sul tema delle sostanze e della creatività che l’artista sceglie di fare chiarezza, smontando uno dei più persistenti luoghi comuni del mondo musicale. “Non credo che ci sia un rapporto tra il fumare e la creatività, è un falso storico“, afferma con decisione. Certo, ammette che “alterarsi può darti un altro punto di vista, ma non a lungo termine”, e riconosce che “mi capita di scrivere dopo aver fumato, ma non credo che le due cose siano collegate“.

La sua teoria sulla creatività è più articolata e, paradossalmente, più lucida. “Secondo me la creatività è connessa esclusivamente con l’uscire dalla zona di comfort e sperimentare cose nuove, mettere la mente in condizione di vedere qualcosa di nuovo“. Il vero nemico, secondo lui, ha un nome preciso: la routine. “Probabilmente il più grande nemico della creatività è la routine, questo è quello che ho sperimentato su di me. Però non è nell’uso costante di sostanze che sta la creatività“, conclude, offrendo una visione equilibrata che sfugge sia alla retorica della droga come musa ispiratrice, sia alla condanna moralista.

Durante l’intervista emergono anche aneddoti familiari che disegnano il ritratto di una famiglia progressista e radicata nella tradizione bolognese di sinistra. Alla domanda se Silvio Berlusconi abbia mai varcato la soglia di casa Morandi, la risposta è netta: “Berlusconi non è mai venuto a casa. La mia famiglia è fortemente progressista e bolognese, radicata nella storia di sinistra”. Ma c’è stato un ospite illustre che ha lasciato il segno, anche se solo parzialmente: “Una volta è venuto Celentano, ma i miei genitori non mi hanno permesso di mangiare con loro a pranzo“. Un episodio che dice molto sull’educazione ricevuta e sul rigore con cui è cresciuto.

Il discorso scivola poi su Milano, città in cui Tredici Pietro vive e lavora, e qui il rapper si lascia andare a una riflessione controcorrente e provocatoria. “La città di Milano è rovinata da tutti gli emigrati che vengono a Milano. Sanno che quella non è casa loro, sanno che quello è il posto in cui realizzare i propri sogni e tornarsene a casa e quindi quel posto può rimanere sporco perché tanto non sarà il tuo e quindi viene un po’ sputtanata, secondo me“.

Una dichiarazione forte, che però l’artista stempera subito raccontando la propria evoluzione. “Io l’ho vissuta un po’ con questo approccio qua del tipo: ‘Ah sta città di merda, me ne andrò subito’ e questo secondo me non te la fa vivere bene, non ti fa avere rispetto del luogo e di conseguenza di te stesso“. Il punto di svolta è arrivato quando ha iniziato a conoscere davvero la città, i suoi quartieri, le sue dinamiche. “Una volta che ho conosciuto un po’ di gente di Milano, dei vari quartieri e ho capito che Milano è esattamente come Bologna, esattamente come tutte le città d’Italia, ovvero un paesino che vive di quei gossip, di quelle storie di quartiere, allora ho iniziato ad avere un altro approccio nei confronti della città“.

Ma il momento più toccante dell’intervista arriva quando si parla del padre, Gianni Morandi, e del duetto che i due hanno condiviso sul palco di Sanremo. “Il Festival con lui è stato una svolta. Lui è una grossa figura che ti anticipa, è uno che fa ombra e io quella cosa l’ho sofferta”. Non è facile essere il figlio di un’icona nazionale, portare quel cognome, confrontarsi costantemente con un’eredità artistica così ingombrante.

“Ma, una volta arrivato su quel palco con le mie forze, era il momento di esorcizzare le proprie ombre. Cantare con il mio babbo è stato questo, essere pari rispetto a mio padre: la cosa più bella che ho fatto nella mia vita“, confessa con un’emozione che traspare dalle parole. Quel palco, sotto i riflettori del Festival, è diventato il luogo dell’emancipazione artistica ed emotiva, il momento in cui padre e figlio si sono guardati negli occhi da pari a pari.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.