Una telefonata dalla polizia di Bologna che ti sveglia all’alba per avvertirti che il tuo ex, quello che ti ha picchiata per cinque anni, quello che ti ha ridotta in fin di vita, quello per cui hai lottato tre anni prima di vederlo finalmente dietro le sbarre, tornerà a casa. Agli arresti domiciliari. Nella stessa abitazione dove vivono due bambine, dove hai subito violenze che ti hanno lasciato cicatrici nel corpo e nell’anima. Questa è la realtà che Chiara Balistreri, influencer bolognese di 24 anni, ha raccontato in lacrime ai suoi follower e poi nello studio di Verissimo. Gabriel Constantin, il suo ex compagno, torna in libertà dopo appena due anni di carcere.
Condannato in secondo grado per maltrattamenti e lesioni, con un secondo procedimento per stalking ancora pendente, l’uomo che aveva costretto Chiara al ricovero ospedaliero sconterà il resto della pena tra le mura domestiche, dotato di braccialetto elettronico anti-stalking. Una decisione che ha trasformato la delusione della giovane donna in rabbia pura, in un senso di impotenza che lei stessa definisce “lutto“. Non a caso si è presentata in trasmissione vestita di nero: “Questa è una battaglia persa da tutte le donne che rompono il silenzio con il coraggio“, ha dichiarato con la voce spezzata dall’emozione.
La vicenda di Chiara è l’ennesimo capitolo di una storia italiana che si ripete con una regolarità agghiacciante. Una relazione durata cinque anni, segnata da violenze sistematiche. Poi la denuncia, il coraggio di parlare, di rompere quel muro di omertà che troppo spesso imprigiona le vittime di violenza domestica. Gabriel Constantin viene arrestato, ma evade due volte dagli arresti domiciliari. Inizia una latitanza durata tre anni, durante i quali l’uomo ha persino usato i social media per diffamare Chiara, sostenendo che “quelle botte se le meritava“, che si era “inventata tutto“, tentando di difendere l’indifendibile davanti a referti medici che parlano chiaro.
Quando finalmente viene catturato e incarcerato, sembra l’inizio di una giustizia tanto attesa. Ma già a inizio marzo arriva il primo schiaffo: una riduzione della pena di sei mesi. Da sei anni e tre mesi iniziali si scende progressivamente. Il motivo tecnico-giuridico lascia Chiara ancora più amareggiata: il giudice ha riscontrato che nel momento in cui Constantin l’aveva pestata, rompendole il naso e mandandola in ospedale, i due non erano più conviventi. Lei lo aveva già lasciato. Questo dettaglio ha comportato che non si configurassero formalmente “maltrattamenti in famiglia“, con conseguente riduzione della pena. Una sottigliezza legale che alla vittima suona come una beffa: le botte fanno meno male se non condividi più lo stesso tetto con chi te le infligge.
Ma c’è di più. La condotta di Constantin in carcere non è stata certo esemplare. “Non basta che sia scappato già due volte dagli arresti domiciliari, non basta che abbia fatto parte di una rissa enorme in carcere, che si sia rivelato violento con una condotta inadatta anche per altri detenuti“, denuncia con voce rotta. Come può un uomo che ha dimostrato di essere pericoloso persino per i compagni di detenzione tornare in libertà, sia pure vigilata. Il sistema del braccialetto anti-stalking, presentato come soluzione di tutela, viene vissuto da Chiara come l’ennesima ingiustizia.
Il dispositivo funziona con due elementi: uno, non rimovibile, per l’aggressore, e uno per la vittima, che deve portare sempre con sé un telefonino GPS che la avverte se lo stalker si avvicina oltre i limiti consentiti. Le forze dell’ordine vengono automaticamente allertate. Sulla carta una protezione. Nella pratica, per Chiara, l’ennesimo peso da portare. “Dispositivo che io non accetto“, ha dichiarato con fermezza, “perché se dovesse mai succedermi qualcosa, mi devono avere sulla coscienza, tutti quelli che hanno preso la decisione di rimandarlo a casa un’ennesima volta“.
Una frase che suona come un atto d’accusa non solo verso chi ha deciso la scarcerazione, ma verso un sistema che sembra scaricare sulla vittima la responsabilità della propria incolumità. Chiara deve portare sempre con sé un dispositivo, modificare le sue abitudini, vivere nell’allerta costante. Constantin invece torna nella casa dove vivono due minori, dove lei ha subito violenze per anni. E non è nemmeno la prima volta: gli stessi arresti domiciliari che ha già evaso due volte in passato. A rendere ancora più dolorosa la situazione c’è un dettaglio che Chiara non manca di sottolineare: “Scenderà a casa di sua madre, complice di suo figlio, che è stato arrestato in presenza di sua madre, che lo ha aiutato durante tutta la latitanza, che ha pagato un avvocato per farlo uscire dal carcere“. Un ambiente familiare che, secondo la giovane, ha facilitato e coperto i comportamenti dell’uomo, e che ora lo accoglierà nuovamente.
La rabbia di Chiara si concentra anche su un paradosso che lei stessa denuncia con lucidità disperata: “Se io domani mi dovessi fare giustizia da sola, perché mi trovo in una situazione di pericolo in cui è richiesta una mia reazione, o perché magari perdo la testa, lui a casa, io però in carcere ci andrei e la mia pena la sconterei“. Il messaggio è chiaro e terribile: lo Stato protegge chi aggredisce e punisce chi si difende. O almeno questa è la percezione di chi, come Chiara, ha visto ridursi progressivamente quella giustizia per cui aveva tanto lottato.
La decisione della scarcerazione è stata presa da tre donne, come Chiara tiene a precisare con particolare amarezza. “Questa cosa mi fa ancora più schifo“, ammette senza filtri. Non è una questione di genere in sé, ma del tradimento di un’aspettativa: da donne ci si aspetterebbe una maggiore sensibilità verso la condizione di un’altra donna vittima di violenza. La legge, va detto, lo permette: scendendo sotto i quattro anni di pena residua, Constantin ha potuto legittimamente richiedere gli arresti domiciliari. Ma la legalità formale non placa la frustrazione di chi sente che la sostanza della giustizia è andata perduta.
“Le carceri sono piene“, dice Chiara con sarcasmo amaro, “e a me cosa me ne frega? Cosa mi interessa che sono piene?“. È una provocazione che nasce dalla disperazione, ma che tocca un nervo scoperto del sistema giudiziario italiano: la gestione del sovraffollamento carcerario non può ricadere sulla sicurezza delle vittime. Non può essere la soluzione scaricare nelle case, sia pure con dispositivi di controllo, persone che hanno dimostrato di essere pericolose e violente. Il giorno stesso in cui ha ricevuto la telefonata della polizia sulla scarcerazione, Chiara è dovuta andare in questura per ritirare una denuncia.
Gabriel Constantin l’ha querelata per diffamazione. Perché lei parla, perché racconta la sua storia sui social, perché non tace. “Lui mi ha diffamata, lui ha fatto dei video in cui diceva che i miei referti medici non valevano niente, che quelle botte io quasi me le meritavo“, ribatte la giovane. Il paradosso si fa grottesco: chi ha subito violenza viene accusato di diffamazione per aver raccontato la verità, mentre chi ha agito violenza può tornare a casa. Chiara non nasconde i suoi sentimenti: “Ho paura, sono arrabbiata, sono sconfitta“. Tre aggettivi che descrivono lo stato d’animo di chi ha fatto tutto quello che lo Stato chiede di fare – denunciare, testimoniare, collaborare con la giustizia – e si ritrova più esposta e vulnerabile di prima.
“Tutti i giorni mi scrivete, mi chiedete aiuto, mi chiedete dei consigli. La verità è che io stessa non ho giustizia e quel briciolo che mi era stato dato mi è stato anche levato“, confessa con una sincerità disarmante. Il caso Balistreri è diventato virale sui social, dove la giovane influencer conta migliaia di follower che seguono la sua battaglia. Ma al di là dei numeri, la sua storia rappresenta quella di troppe donne italiane che si scontrano con un sistema che, pur avendo fatto passi avanti sulla carta, continua a mostrare falle drammatiche nella protezione concreta delle vittime di violenza domestica. Donne che denunciano, che trovano il coraggio di parlare, che affrontano processi lunghi e dolorosi, per poi vedersi negata quella sicurezza che avevano sperato di ottenere.
