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La vittoria di Sal Da Vinci all’ultima edizione del Festival di Sanremo con Per sempre sì avrebbe dovuto rappresentare il trionfo della canzone popolare napoletana sul palco dell’Ariston. Invece, a pochi giorni dall’incoronazione, è esplosa una polemica che va ben oltre la critica musicale, trasformandosi in un vero e proprio scontro culturale che ha infiammato i social network e le radio campane. Al centro della bufera c’è Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera, che attraverso la sua rubrica delle lettere ha stroncato senza mezzi termini il brano vincitore. Le parole scelte dal giornalista non lasciano spazio a interpretazioni: “Per sempre sìsarebbela più brutta canzone della storia del Festival“. Un’affermazione così categorica da sembrare quasi provocatoria, destinata a lasciare il segno nell’immaginario collettivo quanto la vittoria stessa.

La critica di Cazzullo nasce dalla risposta a un lettore che gli chiedeva ragione della sua avversità verso il brano. Il vicedirettore del Corriere ha colto l’occasione per una disamina che mescola giudizio estetico e riflessione sociologica, operando un confronto impietoso con la storia del Festival. Come contraltare positivo, Cazzullo ha citato Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, esempio immortale di come la canzone popolare italiana possa raggiungere vette di poesia e innovazione senza rinunciare alla presa sul pubblico. Ma è nell’affondo successivo che le parole del giornalista hanno assunto i toni di una provocazione destinata a far discutere per settimane. Secondo Cazzullo, “Per sempre sì” potrebbe essere “la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone, che però le scrive per burla, per fare il verso a un certo Sud più melenso che melodico“. Il riferimento alla criminalità organizzata e l’accostamento al comico pugliese, noto per le sue parodie della canzone neomelodica, hanno trasformato una recensione negativa in un attacco che molti hanno percepito come rivolto all’intera cultura musicale napoletana.

L’immagine evocata del “matrimonio della camorra” è particolarmente controversa, perché attinge a uno stereotipo radicato nell’immaginario collettivo italiano, quello delle feste sfarzose della criminalità campana immortalate da film, serie tv e cronaca giudiziaria. Associare il trionfo sanremese di Sal Da Vinci a questo universo simbolico equivale a squalificarne non solo il valore artistico, ma anche la legittimità culturale. Cazzullo non si è limitato alla critica musicale, allargando la riflessione a una lettura politica e sociale dell’Italia contemporanea. Secondo il giornalista, resta “l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui chiunque possa fare qualsiasi cosa: allenare la Nazionale, fare il Presidente del Consiglio o vincere il Festival di Sanremo“. Un’osservazione che sembra suggerire un declino delle competenze e dei meriti, dove il successo sarebbe slegato dalla qualità effettiva.

La reazione non si è fatta attendere. I social network si sono immediatamente polarizzati tra chi difende la libertà di critica del giornalista e chi vi legge un attacco classista e nordista alla cultura del Sud Italia. Le radio campane hanno dedicato ore di trasmissione alla questione, con ascoltatori e ospiti che hanno accusato Cazzullo di snobismo culturale e di incomprensione verso una tradizione musicale che affonda le radici nella canzone classica napoletana. La polemica tocca nervi scoperti che vanno oltre Sanremo. Da un lato c’è una visione elitaria della cultura, che giudica “melenso” ciò che è popolare e sentimentale, privilegiando l’innovazione formale rispetto alla presa emotiva. Dall’altro c’è la rivendicazione di una legittimità culturale per forme espressive che parlano direttamente al cuore delle persone, senza filtri intellettuali, e che proprio per questo riempiono teatri e conquistano milioni di ascoltatori.

Sal Da Vinci, che ha costruito una carriera solida tra teatro, televisione e musica, si è trovato al centro di un dibattito che probabilmente non cercava. La sua vittoria a Sanremo rappresentava il riconoscimento mainstream di un percorso artistico radicato nella tradizione partenopea, capace di parlare a un pubblico trasversale. Le parole di Cazzullo rischiano però di trasformare quel trionfo in un caso simbolico dello scontro tra culture, generazioni e visioni dell’Italia. Resta da chiedersi se una critica così netta, condita da riferimenti alla criminalità organizzata, possa ancora essere considerata semplicemente una legittima espressione di dissenso artistico o se non abbia invece varcato il confine della provocazione culturale. La storia di Sanremo è piena di canzoni sopravvalutate e sottovalutate, di trionfi dimenticati e di flop diventati classici. Ma raramente una vittoria ha generato una reazione così polarizzante da parte dell’establishment culturale italiano.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.