Anne Hathaway ha una proposta chiara per Hollywood: i film che mostrano la morte di cani dovrebbero automaticamente ricevere il divieto ai minori. Non importa se ci sono parolacce, non importa il livello di violenza generale. Se un cane muore sullo schermo, il rating dovrebbe essere R, l’equivalente americano del nostro “vietato ai minori di 17 anni“.
La dichiarazione è arrivata durante un’intervista con Complex nel pieno del tour promozionale di “The End of Oak Street“, il nuovo thriller sci-fi targato Warner Bros. in cui l’attrice recita al fianco di Ewan McGregor. La coppia interpreta due genitori che devono proteggere la propria famiglia dai dinosauri quando il loro tranquillo quartiere suburbano viene catapultato indietro nel tempo di milioni di anni. Un concept che mescola dramma familiare e action preistorico, diretto da David Robert Mitchell, già noto per “It Follows” e “Under the Silver Lake”, con J.J. Abrams come produttore.
Ma non sono i dinosauri ad aver scatenato la preoccupazione maggiore tra gli spettatori. Fin dalla pubblicazione del primo trailer, i commenti online si sono concentrati ossessivamente su un unico elemento: Starbuck, il fedele cane della famiglia Platt interpretata dalla Hathaway nel ruolo di Denise, la matriarca. Il nome appartiene al personaggio, ma sul set il ruolo è stato condiviso da due cani veri, Buzz e Brisket, entrambi protagonisti di numerose inquadrature che li hanno resi immediatamente cari al pubblico.
“Vedo tutti questi commenti tipo ‘È meglio che non uccidano il cane’. Mi chiedo: quali sono tutti questi film che vanno in giro a uccidere cani così che tutti abbiano paura che lo facciamo anche noi così, casualmente”. – Anne Hathaway
L’attrice ha poi individuato il possibile colpevole di questa ansia collettiva: John Wick del 2014, il film action con Keanu Reeves che ha traumatizzato generazioni di spettatori con la scena brutale in cui Daisy, il cucciolo di beagle del protagonista, viene picchiato a morte da un mafioso particolarmente spregevole. Quella sequenza ha segnato un punto di svolta nella percezione del pubblico. La morte di Daisy non era un dettaglio accessorio: era il motore emotivo dell’intera saga, il catalizzatore della vendetta di Wick. Eppure, la sua efficacia narrativa non ha cancellato il disagio profondo che ha provocato.
Da allora, ogni volta che un animale domestico compare in un film d’azione o thriller, scatta l’allarme. I siti come “Does the Dog Die” sono diventati risorse essenziali per chi vuole sapere in anticipo se il proprio cuore reggerà la visione. La Hathaway ha deciso di intervenire personalmente per placare le preoccupazioni. “Qualcuno mi ha chiesto se potevo semplicemente far sapere al pubblico che andrà tutto bene”, ha rivelato strizzando ripetutamente l’occhio alla telecamera, in un momento che oscilla tra lo spoiler e la rassicurazione materna.
“In questo film infrangiamo molte regole, ma quella potrebbe non essere una di esse. Non preoccupatevi“. La proposta della Hathaway di un rating R automatico per questi film non è solo provocatoria: riconosce che c’è qualcosa di particolarmente disturbante nella rappresentazione della morte di un animale innocente. Qualcosa che va oltre la violenza tradizionale tra esseri umani, che spesso ha contesto, motivazione, complessità morale. Un cane o un gatto non hanno agentività nel dramma. Sono vittime pure, e questo li rende insopportabili per molti.
