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Mentre il mondo videoludico conta i giorni che separano dal lancio di Grand Theft Auto 6, ora posticipato al 19 novembre 2026, all’interno degli uffici di Rockstar Games si sta consumando una battaglia che ha poco a che fare con il codice e tutto a che fare con i diritti dei lavoratori. Nell’ultima settimana di ottobre, Rockstar Games ha licenziato oltre 30 dipendenti nelle sue sedi di Regno Unito e Canada. La motivazione ufficiale parla di cattiva condotta, ma dietro questa formula generica si nasconde una storia ben più complessa e controversa. Secondo quanto emerso da fonti interne e dichiarazioni sindacali, questi lavoratori erano membri dell’Independent Workers’ Union of Great Britain, il sindacato indipendente che ha immediatamente alzato le barricate definendo l’operazione “l’atto di repressione sindacale più spietato nella storia dell’industria videoludica“.

Non è un’accusa lanciata a caso. Tutti i licenziati stavano apparentemente tentando di sindacalizzarsi, cercando di ottenere maggiori tutele e rappresentanza all’interno di un colosso che impiega migliaia di persone. Una mossa che, secondo l’IWGB, avrebbe innescato la reazione dell’azienda. Rockstar ha risposto alle accuse sostenendo che i dipendenti sarebbero stati allontanati per aver “distribuito e discusso informazioni confidenziali in forma pubblica“, una giustificazione che però non ha convinto né il sindacato né molti dei colleghi rimasti in azienda. La risposta interna non si è fatta attendere. Più di 200 dipendenti di Rockstar Games hanno firmato una serie di lettere ufficiali indirizzate alla dirigenza, chiedendo con forza il reintegro immediato dei colleghi licenziati. Un gesto di solidarietà che assume proporzioni significative in un settore dove il timore di ritorsioni spesso soffoca le voci di dissenso. La firma di queste lettere rappresenta un rischio calcolato per chi le ha apposte, ma evidentemente la percezione di ingiustizia ha superato la paura delle conseguenze.

Il protagonista di GTA 6
Il protagonista di GTA 6, fonte: Rockstar Games

La protesta non si è limitata alla carta. I lavoratori licenziati, affiancati dai colleghi e da sostenitori esterni, hanno organizzato una serie di manifestazioni davanti agli uffici di Rockstar e della casa madre Take-Two Interactive. Ulteriori presidi sono stati programmati questa settimana presso le sedi londinesi e parigine dell’azienda, portando il conflitto dalle stanze riunioni alle strade pubbliche. “È commovente vedere così tanti nostri colleghi sostenerci e chiedere conto alla dirigenza“, ha scritto uno degli ex dipendenti, che ha preferito mantenere l’anonimato per evidenti ragioni di sicurezza lavorativa futura. “In un periodo in cui Rockstar vuole impaurirci, i miei coraggiosi ex colleghi stanno andando dritti alla porta del nostro capo chiedendo che le nostre voci siano ascoltate, senza arretrare“. Parole che trasudano determinazione ma anche amarezza per una situazione che molti non avrebbero mai immaginato di vivere lavorando per uno dei brand più celebrati del gaming.

La vicenda arriva in un momento particolarmente delicato per Rockstar. Grand Theft Auto 6, annunciato come il più grande debutto videoludico della storia secondo le stesse previsioni aziendali, è appena stato rinviato. Inizialmente previsto per una finestra meno definita nel 2025, il titolo è stato spostato a novembre 2026 per PlayStation 5 e Xbox Series X e S. Un rinvio che, secondo analisti del settore, potrebbe costare a Take-Two decine di milioni di dollari, ma che l’azienda ha preferito accettare piuttosto che rischiare un lancio disastroso alla Cyberpunk 2077.

La pagina LinkedIn di Rockstar Games mostra oltre 4.600 persone che lavorano per l’azienda, mentre alcune stime parlano di un totale che supera i 6.000 dipendenti se si considerano tutte le sedi globali. Tantissimi sviluppatori di talento, come ha ammesso indirettamente lo stesso sindacato, tutti fondamentali per realizzare i giochi che hanno reso Rockstar una leggenda dell’industria. Eppure, proprio questa vastità della forza lavoro rende ancora più significativa la mobilitazione di oltre 200 firmatari: non si tratta di una protesta di nicchia, ma di un movimento che attraversa diversi dipartimenti e ruoli. GTA 6 arriverà, questo è certo. Ma la strada verso il suo lancio è diventata molto più accidentata di quanto Rockstar avrebbe voluto, e stavolta non si tratta di bug da correggere o texture da ottimizzare. Si tratta di persone, voci e dignità che chiedono di essere riconosciute. Il gioco più atteso del decennio porta con sé un’ombra che nessun trailer potrà dissipare.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it